È una specie di gioco. Serve quando hai lo schifo addosso, che proprio non c’è
verso di togliertelo. Allora ti rannicchi da qualche parte, chiudi gli occhi, e inizi
ad inventarti delle storie. Quel che ti viene. Ma lo devi fare bene. Con tutti i
particolari. E quello che la gente dice, e i colori, e i suoni. Tutto. E lo schifo a
poco a poco se ne va. Poi torna, è ovvio, ma intanto, per un po’, l’hai fregato.
È a Quinnipak che uno può scappare per rifugiarsi in un luogo mitico e vivere una vita fatta di aspirazioni, desideri, speranze e sogni. Almeno per i personaggi di Castelli di rabbia, romanzo con cui Alessandro Baricco s’impose a lettori e critici nel 1991, ottenendo, oltre al premio Campiello, un coro di elogi e una fama duratura.
La citazione è presa dalla confessione di un personaggio che compare in modo inaspettato nell’ultimo capitolo e sembra riassumere il senso del romanzo. In queste parole si nota anche una lingua orale colta, densa e ripetitiva, ma anche innovativa e graffiante. Lo stile colloquiale serve a Baricco per drammatizzare le vicende e avvicinarle a un lettore sempre più partecipe dei sentimenti e delle scelte dei personaggi. La storia, fantastica e non sempre chiara in tutti i suoi sviluppi, si snoda di fronte ai suoi occhi in modo lineare e non complicato, perché gli attori parlano e sentono come lui. Siamo nel XIX secolo; a Quinnipak l’amore tra Dann Rail, uomo sognatore e incantatore, che insegna agli altri a desiderare la vita e che fa amare agli altri i suoi errori, e Jun, bellissima e misteriosa, è la cornice per esistenze che si intrecciano tra loro senza mai scontrarsi: dal fedele Anderson, che è soffiatore di vetro, all’idealista Hector Horeau, che costruisce un sogno, il suo Christal Palace, destinato a svanire in un momento, a Pekisch, che dedica la vita alla musica, e dunque agli altri, e alla conoscenza del mondo e dell’uomo. Una locomotiva ferma, dono di Dann a Jun, è il simbolo di un’aspirazione rimasta tale e mai realizzata: essa non partirà, perché se partisse i sogni diverrebbero realtà e la vita perderebbe il suo fascino. Quando Jun, che non può sfuggire al suo destino, lascia il suo uomo, lo ringrazia per averle insegnato a vivere:
Addio, mio piccolo signore, che sognavi i treni e sapevi dov’era l’infinito. Tutto
quel che c’era io l’ho visto, guardando te. E sono stata ovunque, stando con te.
È una cosa che non riuscirò mai a spiegare a nessuno. Ma è così. Me la porterò
dietro, e sarà il mio segreto più bello. Addio, Dann. Non pensarmi mai, se non
ridendo. Addio.
In realtà non tutto fila a meraviglia nel romanzo di Baricco: rimane una certa sospensione della storia, effetto di un amore eccessivo per l’ellissi narrativa; s’insinua, poi, un compiacimento quasi barocco per le forme di uno stile raffinato persino nella scelta dei volgarismi più duri, e le ripetizioni rafforzano l’idea di una spontaneità falsa perché «cercata». Ma, intendiamoci, sullo sfondo la rabbia c’è, è vera e si sente.
È il secondo romanzo, Oceano mare, a chiarire il problema.
Stavolta la vicenda è chiara e il testo è perfettamente organizzato; in tutte le sue parti si riconosce una struttura ben definita, di tipo concentrico, che scioglie man mano tutti i nodi narrativi (cambiando anche voce narrante) e porta l’intera storia a una conclusione coerente. Diviso in tre libri, il romanzo fa perno sulla parte centrale (Il ventre del mare), che costituisce l’antefatto da cui tutte le storie personali della locanda Almeyer si dipartono.
Il libro piacque (premio Viareggio 1993), ma ciò non è garanzia di vera letteratura. È proprio questo il punto: Baricco avrebbe qualcosa da dire, e su temi serissimi quali il destino, la verità e la giustizia, e sa scrivere (lo dimostra per lo meno la parte centrale di Oceano mare, con le due versioni della tragedia del naufragio), ma pensa troppo al suo lettore, s’identifica troppo in lui, vuole piacergli a tutti i costi. Baricco, pur scegliendo accortamente la simbologia del mare, che gli corrisponde, e pur non rinunciando al suo caratteristico stile incisivo ed enfatico, non riesce ad evitare l’artificiosità e il trucco narrativo. È soprattutto il finale che delude il lettore più avvertito, che non può sorprendersi più di tanto di un’invenzione stantia, resa tale dalla costruzione troppo abile del testo. L’autore, non ignaro di comunicazione di massa e della sensibilità del suo lettore, conosce bene le aspettative del pubblico e bada troppo ad accontentarlo: perde allora il mordente che hanno molte pagine di Castelli di rabbia, che per quanto acerbo era frutto di una motivazione più genuina, e non sa più esprimere in modo «sincero» la sua visione del mondo, che è amara e spassionata. Non voglio dire che Baricco con Oceano mare abbia voluto vendere a tutti i costi il suo prodotto, perché sarebbe fargli un torto eccessivo, ma credo che l’esigenza di comunicare e la preoccupazione di avere una forte rispondenza nel pubblico l’abbiano portato a sprecare il suo talento in un’opera pretenziosa e poco vera, fatta solo per piacere. Sarà piuttosto Novecento, non per niente un piccolo testo teatrale, a riabilitarlo agli occhi dei lettori meno ingenui.
