La solitudine di un lutto negato: «Un uomo solo» di Christopher Isherwood   

Pochi romanzi sono stati in grado di trascinarmi nel tormento e nella solitudine di un protagonista come Un uomo solo di Christopher Isherwood, autore britannico naturalizzato americano e vissuto tra il 1904 e il 1986. Scappò dalla Germania durante la presa di potere nazista a Berlino, trovando rifugio in America, come molti altri intellettuali dell’epoca, tra cui Thomas Mann, Erich-Maria Remarque, Bertolt Brecht e Wystan Hugh Auden, amico e amante dello stesso Isherwood. Entrambi i due scrittori sono tra i protagonisti di Voci di Berlino di Mario Fortunato, da cui appresi tra l’altro per la prima volta della loro esistenza.

Tra i nove romanzi scritti da Isherwood, Un uomo solo era il suo preferito. Pur non essendo mai stato il più acclamato dal grande pubblico, oggi viene riconosciuto come uno dei primi e migliori esempi di letteratura dedicata alla liberazione omosessuale. 

Il romanzo presenta chiari elementi biografici che, tuttavia, non intaccano la credibilità psicologica del protagonista. La vicenda si svolge nella California del sud; è il 1962, c’è la guerra fredda, e siamo in un’epoca in cui l’omosessualità è ancora illegale. La clandestinità cui è obbligato plasma la vita del protagonista, il professor George Falconer, 58 anni, nato in Inghilterra, e insegnante di letteratura inglese all’università. George è omosessuale, e da anni vive una relazione con Jim, che però agli occhi degli altri non può essere altro che il suo ‘coinquilino’. Un giorno, mentre va a trovare i suoi fuori città, però, quest’ultimo rimane vittima di un incidente stradale e non fa più ritorno. Da quel momento, George si trova costretto ad affrontare una vita solitaria, in cui ogni piccolo dettaglio gli ricorda la terribile perdita dell’uomo con cui aveva sperato di condividere la sua esistenza.  

“In realtà questo luogo scintillante non è un rifugio. Appostato tra le bottiglie e le scatole e le lattine, il ricordo dei pranzi comprati, cucinati e mangiati con Jim, spaventosamente vivido, pugnala George ogni volta che passa col carrello. Se non mangiassimo mai soli, soffriremmo mai davvero di solitudine?” 

La casa che per loro era stata un rifugio dagli occhi giudicanti della gente ora si trasforma in una prigione. Tant’è che, quando un’amica inglese lo invita ad andarla a trovare, non è tanto il piacere di rivederla a spingerlo verso quella visita, quanto piuttosto la voglia di fuggire dal dolore che lo attanaglia. 

“Ma davvero mi va di vederla? Chi me lo fa fare? Potrei starmene in pace qui, a fissare la roba che ho comprato, poi potrei sdraiarmi sul divano accanto alla libreria e leggere fino a scivolare nel sonno. A prima vista, una scena di felicità domestica plausibile e attraente, e infatti George ci mette un po’ a notare l’omissione che la rende priva di senso: Jim, sdraiato di fronte a lui dall’altro capo del divano, che legge a sua volta – entrambi assorti nei loro libri, eppure così consapevoli della presenza dell’altro”  

L’efficacia di questa narrazione risiede nell’originalità di descrivere il lutto non nel momento del funerale o, prima ancora, della sua scoperta, ma in seguito, rivelandone l’impatto sulla vita di tutti i giorni. Il lettore non può rimanere indifferente di fronte alla malinconia grigia che avvolge il protagonista, squarciata da ricordi di felicità domestica che stringono il cuore. 

Il vero dramma è che il lutto di George non può  essere vissuto liberamente nella dimensione pubblica e sociale. I vicini non possono esprimergli le condoglianze, i colleghi non possono mostrare compassione per un dolore che a lui è negato, emarginato com’è anche dalla famiglia dello stesso Jim. 

Il romanzo procede raccontando gli eventi di una giornata qualsiasi: 24 ore durante le quali sopravvivono principalmente due emozioni nell’animo di George. Da un lato c’è la ferita della perdita dell’amato, sempre presente e acutizzata dai minimi dettagli che contraddistinguevano la loro esistenza. Dall’altro lato c’è però un’opaca resistenza all’oblio, una voglia di vivere schiacciata, soffocata, ma che resiste e lo spinge a mettere un piede davanti all’altro, ad andare a lavoro, a insegnare, a visitare la ex compagna di Jim morente, a invitare a casa quel ragazzo sconsiderato, a provare una seduzione in cui non crede… 

Lo stile è scorrevole; eppure questo non è un romanzo facile da leggere poiché richiede di essere risucchiati, attraverso un incessante monologo interiore, nella complessa mente del protagonista: uno spazio angusto che soffoca, grazie ad emozioni descritte con intensa verosimiglianza. La verità è che a un certo punto, molto presto nella narrazione, la solitudine di questo animo diventa quella del lettore. Poiché per la società, George sarà sempre un alienato per almeno due ragioni. La prima è il suo non essere abbastanza americano – i colleghi continueranno a chiamarlo ‘l’inglese’ – e la seconda è il suo orientamento sessuale che lo rende un mostro; è lo stesso narratore a dirlo, quando cinicamente ripercorre il paternalismo di chi lo circonda.

“Non c’è ragione di disgusto – salmodia – non c’è motivo di condanna. Questo non è vizio ricercato ad arte. Dipende dall’ereditarietà, dal primo ambiente […], dall’arresto di sviluppo durante la pubertà, o dalle ghiandole. Ci troviamo di fronte a uno spostato, escluso per sempre dalle gioie della vita, un essere da compatire, non da condannare. Alcuni casi, presi per tempo, possono reagire alla terapia. Per gli altri – ah, è così triste; specialmente quando accade, come dobbiamo riconoscere che accada, a persone veramente a posto, che avrebbero avuto così tanto da offrire. (Anche se malgrado tutto sono geni, i loro capolavori risultano invariabilmente corrotti). Cerchiamo quindi di essere comprensivi, no?”  

Il personaggio di George è affascinante proprio perché l’autore gli concede di essere un individuo tridimensionale, sfuggendo al cliché della rappresentazione superficiale delle persone omosessuali in televisione, dove spesso vengono ridotti a stereotipi. George non è un personaggio da serie TV, ma un essere umano completo, con un sentire complesso e sfumato. 

In esso può imperversare la sua rabbia, una componente fondamentale del romanzo, che ha anche un valore politico. Questo sentimento si riversa sui vicini che lo giudicano e lo emarginano, mentre mostrano un velo di compassione per la “malattia” che lo affligge. Si tratta di una dinamica che ha contraddistinto tutta l’epoca pre-Stonewall, allorché la comunità LGBTQIA+ era spesso relegata all’oscurità, privata di una dimensione e una rappresentazione pubblica. Una frustrazione palpabile e soffocante che si è diretta anche verso le donne, in una lotta tra gruppi emarginati, dimenticati da un sistema patriarcale interessato solo a preservarsi. Essa emerge proprio nell’incontro tra George e l’ex amante di Jim. È impossibile non percepire il suo disprezzo, spesso avvolto da una vena di gelosia che sfocia nella misoginia. Isherwood si impegna cioè a mostrare anche i lati peggiori del suo personaggio, rendendolo umano e complesso, lontano dai cliché e dai simboli.

“Naturalmente la persecuzione in sé è un errore, sempre; sono certo che su questo siamo tutti d’accordo… ma il peggio viene adesso, perché qui incorriamo in un’altra eresia liberal. Poiché la maggioranza persecutrice è abietta, dice il liberal, è evidente che la minoranza perseguitata deve essere d’una purezza liliale. Vi rendete conto della scemenza? Che senso ha proteggere i cattivi dalle persecuzioni dei peggiori? I cristiani nell’arena erano tutti santi? Tutti?”  

Ed è umano anche l’esprimersi di una passione carnale, che si manifesta per esempio in sguardi concupiscenti rivolti ad ignari giocatori di tennis; eppure il desiderio non opacizza il dolore per la perdita di Jim, che invece persiste, costantemente presente e pungente. Ciò  vale anche per il rapporto inconcludente con l’allievo Kenny, raccontato nell’ultima parte del romanzo, a descrivere una ricerca di intimità, una sete di connessione umana che, in un mondo in cui mostrarsi alla luce del sole è impossibile, si traduce in ben magre illusioni di avvicinamento. 

“Rimangono in silenzio, scambiandosi un sorriso quasi intimo. George sente che anche se tutte quelle frasi ambigue non li hanno riavvicinati di un millimetro nella comprensione reciproca, la non-comprensione, la disponibilità a rimanere nell’equivoco, è a suo modo una forma di intimità” 

Ad essere descritta nelle 24 ore narrate da Isherwood è una storia d’amore intensa, vissuta da un personaggio scomodo, che proprio per questo riesce a dare una voce pregnante alla coscienza maschile omosessuale, permettendole di esistere nella dimensione imperfetta e incasinata tipica di qualsiasi individuo. Del dolore del suo lutto strozzato il lettore vive ogni palpito, ed è così che il romanzo lascia il segno. 

“Immaginate due persone che, in questo spazio ridotto, vivano assieme ogni giorno, cucinino gomito a gomito sugli stessi fornelletti, si comprimano sui gradini angusti. Si radano di fronte allo stesso minuscolo specchio, continuino a toccarsi, a urtarsi, a cozzare l’uno contro il corpo dell’altro, per sbaglio o no, sensualmente, aggressivamente, maldestramente, impazientemente, in collera o in amore – immaginate che profonde, ma invisibili tracce devono lasciarsi alle spalle. L’ingresso della cucina è troppo stretto. Due persone di fretta, con i piatti in mano, sono perennemente destinate a scontrarsi. Ed è lì che quasi tutte le mattine, giunto in fondo alla scala, George prova la sensazione di trovarsi all’improvviso su un limitare scosceso, frastagliato, brutalmente interrotto – come se il sentiero fosse scomparso sotto una frana. È lì che si arresta di colpo, turbato dalla novità, e, come la prima volta, capisce che Jim è morto. È morto.”

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