
Se Stanislavskij e Dančenko sono da considerarsi gli alfieri della rivolta contro il vecchio teatro in Russia e gli annunciatori di un teatro d’atmosfera che mira a instaurare con il pubblico un nuovo e più intimo rapporto, è alla drammaturgia di ANTON ČECHOV (1860-1904), uno dei grandi a livello europeo, insieme a Ibsen e al nostro Pirandello, che il teatro, non solo russo, deve contributi originalissimi e risultati decisamente moderni.
La vita di Čechov non fu facile: la sua è stata una famiglia di umili origini, il padre è descritto come un tiranno che manda avanti una piccola drogheria, dopo il cui fallimento Čechov fu costretto a guadagnare da vivere per sé e per la numerosa famiglia che comprende altri cinque fratelli. Dopo il liceo si trasferisce a Mosca dai suoi genitori e, grazie ai suoi primi lavori letterari e giornalistici pubblicati con vari pseudonimi su riviste umoristiche, che gli assicurano un piccolo guadagno, inizia gli studi di medicina. Diviene scrittore di novelle ma non per professione, bensì per necessità d’anima. Trasferisce sulla scena alcuni dei suoi racconti, suscitando interesse e curiosità per il carattere brillante, scherzoso e farsesco di questi primi drammi. L’arte narrativa di Čechov viene riconosciuta e lodata per primo dallo scrittore Grigorovic. Successivamente stringe un legame di amicizia anche con Alexis Souvorine, direttore del giornale conservatore di Pietroburgo Novoe Vremja (Tempo Nuovo), che diviene anche il suo editore. Nel 1884, anno in cui consegue la laurea e inizia ad esercitare la professione di medico, riesce a pubblicare, con lo pseudonimo di Antosha Cekhonte, la sua prima raccolta di novelle, Le fiabe di Melpomene, a cui seguì (con lo stesso pseudonimo) una raccolta di Racconti variopinti (1886), brevi racconti umoristici sulle vicende di impiegati statali e piccoli borghesi.
Inizia così per lui l’attività di scrittore a tempo pieno. Collabora con molte altre importanti riviste letterarie russe come “Pensiero russo”, “Il Messaggero del Nord”, “Elenchi russi” e presto raggiunge una grande fama, tanto da divenire uno degli scrittori russi più letti e da rivaleggiare, nel campo della popolarità in Russia, addirittura con Lev Nicolajevic Tolstoj, con cui stringe, tra l’altro, un’amicizia durevole.

Dopo le prime esperienze letterarie, Čechov si cimenta in opere sceniche più complesse, in quattro atti ciascuna, da Ivanov (1887) a Il gabbiano (1896), presentati con il suo nome reale. Abbandonato lo stile umoristico, la caratteristica dominante della sua scrittura diviene il pessimismo del triste scorrere della vita, interrotto talvolta da spiragli di speranza e fede nel futuro.
Nel 1890 Čechov si reca, attraversando la Siberia, nell’isola di Sachalin, dove era situata una grande colonia penale, scrivendo un resoconto, uno studio molto documentato, di taglio sociologico e psicologico, sulle condizioni di vita dei reclusi. La pubblicazione de L’isola di Sakalin, nel 1893, avrà una grande risonanza, portando all’ abolizione delle punizioni corporali, oggetto del libro-denuncia.
Nel 1891 Čechov va in Francia e in Italia, tornando però presto in patria. Affetto da tubercolosi, spende la maggior parte degli anni seguenti nella sua casa, all’interno della tenuta di Melichovo vicino a Mosca, acquistata nel 1892, riunendo tutta la famiglia e dove cura il suo giardino.
Non riprende più la professione medica se non in caso di gravi emergenze, come l’epidemia di colera del 1892–1893 durante la quale si adopera per lo più gratuitamente. Nel frattempo scrive il terribile racconto intitolato Mugichi (1897).
Nel 1900 viene eletto membro onorario dell’Accademia russa delle scienze, carica da cui dà le dimissioni due anni dopo, contestando l’espulsione di Maksim Gor’kij.
Com’è noto, Il gabbiano, rappresentato al Teatro Aleksandrinskij di Pietroburgo, ottiene inizialmente un fiasco clamoroso: ed è solo grazie all’intuizione di Stanislavskij e Dančenko (i quali nelle opere di Čechov scorgono le forme “antiteatrali” che stavano vagheggiando) che esso viene ripreso e riportato sulle scene dopo un lungo lavoro di studio e preparazione. Questa volta il successo è grande, le repliche si susseguono numerose e un gabbiano, in memoria della fortunata rivelazione, viene adottato come insegna del Teatro d’Arte di Mosca.
In seguito, per lo stesso teatro, Čechov compone altri tre lavori, pure in quattro atti, che sono i più meritatamente famosi: Zio Vanja (1897), Le tre sorelle (1901), Il giardino dei ciliegi (1904), ultimo suo dramma, composto prima di morire, ucciso dalla tisi all’età di 44 anni mentre si trovava in Germania, a Badenweiler, località della Foresta Nera, assistito dalla moglie.
I drammi di Čechov, illuminati da un umorismo e da un’ironia inconfondibili e a volte anche da sprazzi di ottimismo, sono tuttavia opere in cui prevale il senso di inutilità delle cose, il tedio della vita, la futilità delle aspirazioni dei personaggi. Abbiamo così Il gabbiano, in cui la trama semplicissima costituisce il pretesto “per la rappresentazione di una società di illusi, anelanti invano a partecipare al sapore, al gusto dell’esistenza, che li respinge” (D’Amico); oppure Le tre sorelle, dramma sostanzialmente privo di azione, tutto centrato sulle speranze e sulle aspettative (che risulteranno deluse) di Olga, Mascia e Irina di ritornare a Mosca, al gran mondo della città, e di fuggire dal grigiore di un’esistenza consumata in provincia.
Tale amara visione è manifesta anche nei drammi più maturi, quali Zio Vanja e Il giardino dei ciliegi: nel primo agiscono personaggi falliti, delusi nei rapporti umani, impotenti e ridicoli nei tentativi di ribellione all’esistente; la loro sventura si avvia, dopo un momentaneo scoppio, a essere riassorbita dallo scorrere monotono della vita. Il secondo presenta una figura di donna straordinariamente vera, Ljubov Andreevna, la quale fra i ricordi del passato e l’urgenza del presente, si muove come una canna sbattuta dal vento, mentre il giardino che va all’incanto è la metafora di una famiglia e di un’umanità in disfacimento.
Le commedie di Cechov rappresentano una pietra miliare della drammaturgia di tutti i tempi.
Nessuno tra gli scrittori della vecchia Russia, ormai inghiottita dalla modernità, ha saputo ritrarre nella sua produzione artistica tutto il disordine spirituale della vita russa, la sua pochezza, l’esistenza spenta e squallida, senza ideali e senza uno scopo, un obiettivo; sciupata dalla consapevolezza degli uomini dell’inutilità del loro stesso essere, schiavi dell’abitudine di vivere. Carlo Grabher (traduttore delle opere di Cechov) afferma: I veri eroi čecoviani soffrono di non sapere e la loro volontà, sebbene si spezzi dinanzi all’azione e si ripieghi vinta, non rinuncia, almeno, a un’aspirazione iniziale; essi vorrebbero sapere, vorrebbero agire, vivere, e questo slancio impotente, costituisce il vero principio dinamico del loro dramma. L’anima dei veri eroi čecoviani, si trova in una situazione spirituale di una ambiguità delicatissima: essi non amano la loro vita, perché non sanno viverla.
Come scrive D’Amico, nei drammi di Čechov “quando s’alza il sipario, la sconfitta è già avvenuta. Le sue creature non lottano; non hanno volontà; oppresse e vinte a priori dalla fatalità nemica, le si abbandonano paralizzate”. La catastrofe, dunque, non consiste più nella morte come avveniva nella tragedia tradizionale, bensì “in una fine più atroce, e cioè nella condanna a continuare a viverla”.

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