
Pochi oggetti risvegliano quanto il libro il sentimento di assoluta proprietà. Caduti nelle nostre mani, i libri diventano i nostri schiavi—schiavi, sì, perché di materia vivente, ma che nessuno si sognerebbe di affrancare, perché fatti di fogli morti. Come tali subiscono i peggiori maltrattamenti, frutto dei più folli amori o di tremendi furori. Eccoti le orecchie alle pagine (oh! che ferita, ogni volta, la vista della pagina con l’angolo piegato! “Ma è per sapere dove sono arrivatoooo!”), eccoti la tazza del caffè sulla copertina, quelle aureole, quei rilievi di pane e burro, quelle macchie di olio solare… eccoti un po’ dovunque l’impronta del pollice che riempie la pipa mentre leggo… eccoti la Pléiade che asciuga miserrima sul termosifone dopo essere caduta nella vasca dove facevi il bagno (“Il tuo bagno, cara, ma il mio Swift!”). E quei margini scarabocchiati di commenti, fortunatamente illeggibili, quei paragrafi aureolati da pennarelli fluorescenti… quel libro definitivamente invalido dopo essere rimasto un’intera settimana aperto sul taglio, quell’altro sedicentemente protetto da un’orrenda copertina di plastica trasparente dai riflessi color petrolio… quel letto coperto da una banchisa di libri sparpagliati come uccelli morti… quella pila di tascabili lasciati alla muffa del solaio… quei poveri libri per l’infanzia che nessuno legge più, esiliati in una casa di campagna dove nessuno più va… e tutti gli altri, sul Lungosenna, svenduti ai mercanti di schiavi…
Daniel Pennac, Come un romanzo

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