Il romanzo è morto. Viva il romanzo!

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Ho posto fine nei giorni scorsi al XII volume del Declino degli dèi (vedi foto), e ragionevolmente viene da chiedermi: e se mi fermassi qui? Non è una tentazione fulminea, questa, soprattutto dopo le reiterate esternazioni di critici che, incapaci di scriverne loro, e contro l’evidenza della sua proliferazione, officiano le esequie del romanzo. Oibò! Come non sentirmi imputato, io che ne prolungo da venticinque anni l’agonia con un ciclo sfacciatamente ipertrofico, già più lungo della Recherche ma di cui prevedo ancora quattro tomi, ingegno e Parche permettendo?! Io che mi ritrovo tra le mani un’opera “titanica, immane e massimalista”, a detta di uno studioso che, sotto finto elogio, assestava un paternalistico rabbuffo al demente che ero! E che sono: visto che ho continuato ad accumulare volumi, in cui, spalmati su quasi 50 anni di storia, accanto alla ventina di personaggi maggiori ne sono sfilati circa 200 minori e innumerevoli comparse. Ho scandagliato l’impero romano a cavallo tra III e IV secolo, e indagato una gamma estesissima di sentimenti, con generose digressioni di carattere storico, filosofico e psicologico. E pur col timore che si tratti di un frutto fuori stagione per una canea pavida e “orba”, persisto con una testardaggine vitaminizzata, più che frenata, dal sospetto che “tra li lazzi sorbi / si disconvien fruttare al dolce fico”. 

Ma se davvero il romanzo è morto (e figurarsi uno di queste dimensioni, in un tempo in cui al massimo si possono partorire pillolette per i social!), in controtendenza dirò le ragioni per cui considero questo verdetto una sciocchezza, già udita peraltro un secolo fa, anche se in parte giustificata da un deserto letterario di incalcolabili granellini… E dunque, perché parlare di crisi del romanzo, quando se ne scrivono a bizzeffe? Da cosa nasce questa leggenda, proprio oggi che il virus narrandi, contagia più di un’epidemia? E passi per chi ricorre al self publishing: ma che dire di influencer, blogger, giornalisti, cantanti, calciatori, che, già godendo di una certa visibilità, con l’aiuto di ChatGPT partoriscono appiattiti moduli stilistici, col deleterio risultato di intasare il mercato ed il gusto… 

Certo, se il romanzo ricicla modalità espressive, tagli ed ellissi propri dello schermo, il dubbio persiste: soprattutto quando si tratta di storielle che maldestramente scimmiottano l’americanume; anche se per fortuna resiste un manipolo di lettori esigenti, che però, piuttosto che perdere tempo sugli aborti usa e getta, ripiegano saggiamente sui classiciPer carità, nessuno si scandalizza che il primo obiettivo dell’industria sia il profitto, e che pertanto essa adegui l’offerta alla richiesta, in virtù del demenziale teorema che per alzare le vendite bisogna abbassare la qualità! Ma possibile che tra i collaboratori delle (grandi) case editrici non ci siano talpe annusanti, tra le nuove proposte, qualcosa che vagamente scantoni dal mainstream?

Parte della colpa di questo stato di cose ricade sui soloni emunctae naris: coloro cioè che una volta potevano consacrare un autore, e che ora, coniugando l’insicurezza estetica col relativismo culturale, barattano la facoltà di giudizio con l’evidenza del santificato. E per deficienza di gusto e sovrabbondanza di opportunismo, invece di esercitare il magistero, pongono lo stitico volumetto del critico amico a pietra tombale della narrativa…

E sarebbe poco male, se questi aristocratici del verbo, che ritengono, quasi sempre a ragione del resto, di scrivere meglio dei sedicenti scrittori, non fossero poi gli stessi che alimentano le belle speranze degli imbrattacarte che sgomitano per la triste kermesse dei premi: che se favoriscono comparse televisive e traduzioni, sembrano invero confermare che il genere è morto, dal momento che, oltre le piaghe del sistema, a dargli il colpo fatale sono proprio coloro che dovrebbero farsene paladini, e che invece sfornano una quantità impressionante di spazzatura. 

Basta infatti gettare un occhio sul mercato per rendersi conto di quanto la scrittura, da competenza elementare, sia assurta a dovere patriottico: al punto che chiunque, poco o tanto alfabetizzato, si sente in obbligo di parteciparci la sua epifanica psiche, quasi gliel’avesse prescritto il medico. Come stupirsi allora del basso livello di questi dilettanti, rispetto ai quali gli infamati pittori della domenica mantengono almeno il vantaggio di un minimo di tecnica? Per gli scrittori (che insieme ai poeti dell’accapo compongono la più fitta corporazione di pattume culturale) le cose vanno invece diversamente. Soprattutto quando questi zerbinotti con soldi da buttare esibiscono il lasciapassare di una millantata scuola di scrittura: dove da astuti guru hanno imparato a mortificare l’originalità per la patente di omologati. Dopodiché eccoli in trincea, compatti nel divieto dell’ipotassi, a snocciolare scrostamenti di ombelichi, stupri, saghe familiari, commissari o amenità mafiose: il tutto condito di turpiloquio e atrocità, per becera formula di realismo. Sicché, in questa bulimia di orrori, l’arte, che una volta gonfiava i petti fosse pure di retorica, stalla ora in apnea, appiattita a demenziale minimalismo.

Che fare allora? Se il romanzo ha perso dignità, tra lettori sonnacchiosi, maestri snob, editori incolti e premi truccati, non ha che due vie da percorrere: o vivacchiare ad esaurimento, o tentare il riscatto. Ma se esso può ergersi sulle rovine, allo scrittore non resta che andare controcorrente. Ché la grande letteratura non nasce dal disimpegno ma dal disagio; e anche quando stipula una momentanea tregua con l’ordine, scomoda temi capitali, così poco adatti alle esili corde degli aedi della vacuità. Poiché solo guardando all’universale si può essere testimoni del proprio tempo, scorgendo i bagliori del globo e le sue grandi frenesie, in contrasto con l’estetica frettolosa degli arrivisti.

Invece, oggi come ieri, la scrittura è un corpo a corpo con la pagina bianca, su cui si impone faticosamente, senza scorciatoie e bisognosa di ostacoli come la fiamma di combustibile. Non è il fulgore delle royalties a generare opere complesse, ma solo l’ansia di chi, libero di creare gratuitamente, persegue per asintoto la perfezione da una materia informe, in obbedienza solo al moto interiore. Per il quale pertanto il terreno fertile non è quello dei salotti o dei centomila like, ma il chiaroscuro di una mezza lampada, nel silenzio della notte, alla ricerca del tono giusto o di un vocabolo che reclami il suo millimetrico peso. 

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