Achille e Patroclo

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Nelle puntate precedenti…

Chi conosce questa espressione nel significato corrente di “punto debole” non sempre sa che essa risale al mito per cui la dea Teti, per rendere invulnerabile il figlio Achille, lo aveva immerso fanciullo nel fiume Stige, trattenendolo appunto per il tallone, che pertanto sarebbe rimasto l’unico punto vulnerabile dell’eroe. Meno proverbiale, ma altrettanto fatale, era però un’altra debolezza di Achille nel suo rapporto con Patroclo. Che anche se nell’Iliade non è definito esplicitamente come omoerotico, per la sua natura intima e affettiva si inscrive di diritto tra le note del Maldamore, segnando il destino di entrambi.

Durante l’ultimo anno della guerra di Troia, causata dal rapimento di Elena da parte di Paride (vedi Maldamore n.8), nell’accampamento greco era scoppiata una fiera disputa tra il comandante supremo Agamennone, a cui era andata in bottino Criseide, e il più valoroso degli eroi achei, Achille, che aveva ottenuto Briseide. Siccome però Criseide era figlia di un sacerdote di Apollo, il padre Crise aveva invocato la vendetta del dio. Che subito l’aveva accontentato inviando nel campo greco una terribile pestilenza. Consultato sul modo per arrestare l’epidemia, l’indovino Calcante aveva sentenziato che non c’era altra possibilità che restituire Criseide al padre. Solo che Agamennone, costretto a cederla obtorto collo per il bene comunecommette uno sgarbo privato verso Achille, reclamando a indennizzo la sua schiava Briseide. Infuriato e indignato per l’affronto, l’eroe si ritira allora dalla battaglia, con conseguenze catastrofiche per l’esercito greco. 

Rinvigoriti dall’assenza del più temuto avversario, fatti più audaci e determinati, i troiani, guidati dal loro più valoroso condottiero Ettore, conseguono infatti un successo dopo l’altro, gettando i greci nello sconforto. Ogni tentativo di persuadere il capoccione Agamennone a restituire Briseide ad Achille, per così ricondurlo in battaglia, si rivela inutile. Davanti a questa carneficina che prosegue senza sosta, Patroclo, compagno, cugino ed amante di Achille, lo supplica di ritornare in campo. Ma l’eroe, a sua volta orgoglioso e inflessibile, resta fermo nella sua decisione. Allora Patroclo, che senza possedere nulla di sovrumano si distingue per nobiltà d’animo, lealtà e coraggio, lo implora di lasciargli almeno indossare le sue armi, così da far credere ai troiani che sia tornato a combattere. Pur riluttante, Achille infine cede alla supplica, e gli affida l’armatura, l’elmo dalla coda di crine, il largo scudo e la spada chiodata d’argento. Così bardato Patroclo irrompe nella pugna, con lo sperato effetto che i troiani, al solo vederlo si danno alla fuga terrorizzati. Tranne il coraggioso Ettore, che si ferma ad affrontare il presunto Achille, e in un drammatico scontro uccide Patroclo, strappandogli persino le armi. 

È questo l’evento che determina una svolta culminante nell’animo di Achille. Che nell’apprendere la notizia si strappa i capelli, si cosparge il volto e le vesti di cenere, e si spinge fino a desiderare la morte, prima che su questi sentimenti desolanti si imponga quello feroce della vendetta. E allora la sua ira contenuta, e fin là rivolta contro Agamennone, si riversa interamente sui troiani, sembrandogli l’unico modo per placare la sofferenza. E ottenute dal dio Vulcano armi nuove, con grande entusiasmo dei greci ritorna a combattere, eliminando chiunque gli si pari davanti, pur di raggiungere Ettore. Lo scontro tra i due eroi è epico. Ma alla fine Achille, dopo aver riportato la vittoria, sfoga il dolore nello scempio del corpo senza vita del nemico, che trascina nella polvere legato al suo carro, sotto gli occhi sgomenti dei troiani sulle mura, che in quello strazio leggono il destino stesso della città.

Placata la furia sanguinaria, Achille può finalmente rendere omaggio all’amico morto con solenni giochi funebri. E crematone il corpo, si dispone a ricongiungere le proprie ceneri a quelle dell’amato, nel giorno non lontano in cui troverà a sua volta la morte per mano di Paride, che lo colpirà proprio nel suo unico spazio vulnerabile, il famoso tallone. Il loro rapporto di amicizia-amore resta così uno dei più complessi e toccanti dell’Iliade, per il carattere totalizzante dell’endiadi di amore e di morte. Ché se Patroclo, combattuto tra l’affetto privato e la pietà verso i compagni, nobilmente si espone al sacrificio, ben sapendo di rischiare la vita; la reazione straziata di Achille rivela quanto profondo fosse il legame che li univa. La sua perdita lo immerge in uno stato di desolazione inconsolabile, per l’incapacità di accettarne la scomparsa. Al punto che nemmeno la vendetta, se pure ne placa il furore, non riesce a colmare il vuoto affettivo del grande eroe: che nella tragedia della perdita lo affratella ai comuni mortali, nell’unico conforto di potersi un giorno ricongiungere nell’universale destino, oltre i limiti della vita terrena. 

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