
Annalena
Ho amato la tua yoni vellutata, Annalena, i lunghi viaggi nel delta delle tue gambe.
La spinta a risalire il fiume fino al battito del tuo cuore attraverso le più selvagge correnti sature della luce di luppolo e di neri convolvoli.
E il nostro impeto e il riso trionfale e il rapido
vestirsi nel mezzo della notte per salire le scale di pietra della città alta.
Il respiro trattenuto per la meraviglia e il silenzio, la porosità dei massi consunti e le porte della cattedrale.
Oltre il cancello della canonica i pezzi di mattoni e le erbacce, nell’oscurità toccare i ruvidi sproni del muro.
E più tardi guardare giù dal ponte i frutteti quando sotto la luna ogni albero sta sul suo inginocchiatoio, e nel buio dal cuore segreto dei pioppi bussa l’eco della turbina ad acqua.
A chi raccontiamo che cosa ci è accaduto sulla terra, per chi disponiamo ovunque grandi specchi enormi nella speranza che non svanisca?
Sempre incerti se questo siamo stati tu ed io, Annalena, oppure amanti senza nome di una fiaba su tavolette smaltate.
Miłosz, Annalena, in La fodera del mondo
