Ferocia dell’eros tra Medea e Giasone

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Quello di Medea e Giasone è uno dei più drammatici e complessi rapporti del mito greco. Se nelle Argonautiche di Apollonio Rodio si assiste al loro incontro e alla nascita del legame, è nella Medea di Euripide che ne vengono sviluppati gli esiti tragici fino al terribile epilogo. Ed è a esso che si ispirano le tragedie omonime di Seneca e Corneille, contribuendo a marcare l’immagine di una donna che un amore smisurato condusse al disumano sacrificio degli affetti più puri. 

Mentre l’Odissea narra l’epopea marinaresca di Ulisse, quella degli Argonauti è una spedizione collettiva, a cui prendono parte una cinquantina di eroi guidati da Giasone. Figlio del re di Iolco Esone, a cui il trono era stato usurpato dal fratellastro Pelia, il piccolo Giasone era stato allontanato dallo zio, e sotto la guida di Chirone era cresciuto tra montagne selvagge. Una volta adulto, era però tornato a Iolco per reclamare il trono, indossando una pelle di pantera e, dettaglio cruciale, un solo sandalo. Pelia, memore dell’antico oracolo che un uomo con un unico sandalo ne avrebbe causato la rovina, pur dicendosi disposto ad accontentarlo, pose al nipote come condizione la rischiosissima missione di riportargli prima il famoso Vello d’oro, il prezioso manto di ariete appeso alla quercia sacra della Colchide (nel Caucaso) e sorvegliato da un drago mostruoso. Cosciente che si trattava di un’impresa pressoché impossibile, Giasone fece allora ricorso ai più valorosi eroi greci, tra cui i gemelli Castore e Polluce, Eracle col giovane scudiero Ila, il poeta Orfeo, Peleo (padre di Achille), Atalanta, Meleagro, Teseo e molti altri. Ed in tutto furono cinquantatré gli eroi che si imbarcarono sulla nave Argo, inaugurando una delle avventure più celebri e perigliose dell’antichità. 

Una volta salpati, numerose e difficili sono infatti le imprese che gli argonauti devono affrontare. Sull’isola di Lemno si trovano a interagire con donne che hanno assassinato i mariti e che, per la maledizione di Afrodite, emanano un odore sgradevole. Nel paese di Kios, Eracle abbandona la spedizione, disperato per aver perso il compagno Ila, rapito dalle ninfe dell’acqua. Sulla costa dell’Ellesponto il vecchio e cieco Fineo, liberato dal fastidio delle Arpie (creature orride col corpo di uccello e volto di donna) che gli contaminano gli alimenti con i loro escrementi, gli dà consigli per superare le Simplegadi, famigerate rocce mobili che urtano tra loro distruggendo le navi di passaggio. Ma non è ancora finita: ché una volta giunti in Colchide, il re Eeta, consapevole che il suo regno durerà solo finché custodirà il Vello d’oro, sottopone Giasone a un’altra serie di prove laboriose, come domare tori che sputano fuoco e seminare i denti di un drago da cui nascono guerrieri armati. 

Ed è in questa situazione cruciale che un provvidenziale soccorso giunge da Medea, figlia del re e potente maga, celebre per intelligenza, bellezza e dominio delle arti magiche. La quale, colta da subitaneo amore per Giasone, sotto la spinta di una passione travolgente e di una promessa di matrimonio, cospargendolo con un unguento che lo rende invulnerabile, permette all’eroe di superare le prove, e di potersi applicare alla conquista del Vello, addormentando con un potente incantesimo il drago che lo custodisce. Quindi, sicura dopo tanto impegno di essersi meritata il cuore dell’eroe, quando gli argonauti riprendono la via del ritorno, Medea abbandona patria, famiglia e tutto ciò che possiede, per seguire l’amato, portandosi dietro come ostaggio anche il giovane fratello Absirto.

Quando il padre Eeta, che non ha affatto apprezzato la sua fuga, spedisce una flotta all’inseguimento, è ancora una volta Medea a salvare la situazione, mostrando di cosa sia capace per amore: al punto che non esita a uccidere il fratello, tagliandolo a pezzi e gettandoli in mare uno dopo l’altro, così che gli inseguitori impegnati a raccoglierli perdono le tracce di Argo. Il fratricidio provoca l’ira di Zeus, che scatena una tempesta spingendo la nave nell’isola di Circe, anch’essa maga e sorella di Medea. E solo dopo avere ottenuto la purificazione del terribile delitto, gli argonauti possono riprendere il viaggio. Tra nuove peripezie resistono allora al canto delle Sirene; sfuggono a Scilla e Cariddi; trasportano la nave sulle spalle per un tratto del deserto; affrontano il gigante di bronzo Talos nell’isola di Creta. E infine, dopo quattro mesi, fanno ritorno a Iolco, dove Giasone non ha dimenticato il patto con lo zio usurpatore. Trovandolo non troppo disposto a mantenere la parola, è ancora Medea ad escogitare l’inganno risolutivo. Per convincere le figlie di Pelia che esiste un incantesimo capace di ringiovanire il padre, compie una magia su un vecchio ariete che torna giovane dopo essere stato tagliato a pezzi e bollito in un calderone. Le ingenue, abboccando, fanno lo stesso col padre, causandone la morte. Ma anche se Giasone ottiene così la vendetta e il trono, la popolazione, contrariata, costringe i coniugi a fuggire, aprendo una nuova fase della loro esistenza.

La coppia trova allora rifugio a Corinto: dove vive felice per sei anni, mettendo al mondo due figli. Tuttavia, nonostante la straordinaria abnegazione di Medea, sia per assuefazione che per ambizione, l’eroe un giorno carismatico si rivela incapace di fedeltà. E ignorando le rimostranze di Medea ripudiata, convola a nozze con Creusa, figlia del re Creonte. Ce n’è abbastanza per scatenare la furia di chi per amore ha rinunciato a tutto, e a tutto è disposta. Ed è così che Medea invia a Creusa un abito nuziale intriso di un potente veleno: che appena indossato suscita nell’infelice una fiamma violenta che la spinge a gettarsi nel torrente dove trova la morte, insieme al padre accorso in suo aiuto. Ma la vendetta di Medea non si ferma qui: non le basta aver reso vedovo l’ex marito. E allora in un gesto estremo di dolore e follia, lei che per amore si è già macchiata di orrendi delitti, compie quello più raccapricciante sgozzando i propri figli. 

Forse nessun mito indaga in maniera così terribile le implicazioni dell’amore, della fedeltà e del tradimento. Da un lato c’è Giasone: che dimenticando il contributo determinante di Medea alla sua salvezza, tradendola per ambizione mette in luce il suo egoismo e l’incapacità di valorizzarne il sacrificio e la dedizione assoluta. Dall’altro lato c’è Medea, che pur dotata dello straordinario potere di dominare le forze magiche ed esercitare influenza sulle vicende, si rivela vittima delle circostanze e delle scelte altrui. E incapace di accettare la perdita e l’umiliazione, reagisce come una donna ferita nell’orgoglio e nei sentimenti, e al dolore e alla rabbia risponde con atti così mostruosi ed esecrandi. Forse in nessun’altra tragedia antica emerge così netto il contrasto tra giustizia e vendetta, dove la vittima si trasforma in artefice di sciagura, lasciando un monito universale sulla difficoltà di trovare equilibrio tra passione e ragione.

Per chi pensa che dopo una simile catastrofe ogni membro della coppia può rifarsi una vita, basti a smentirlo il destino diverso assegnato dal mito ai protagonisti. Medea, da maga, qual è, dopo la strage fugge su un carro alato trainato da due draghi alati, e non sappiamo se con strazio o soddisfazione. Quanto a Giasone, a cui non è rimasto davvero più niente, non regno, non gloria, né onore, né moglie, né figli, secondo la leggenda muore a Corinto distrutto dal dolore, schiacciato dalla poppa di Argo sotto la quale si era addormentato, forse visionando i bei tempi eroici che furono…     

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