Pochi sanno descrivere il dolore come Charlotte Brontë

1–2 minuti

I miei occhi erano coperti e chiusi: un’oscurità vorticosa pareva girarmi attorno, e i pensieri fluivano, neri e confusi. Mi pareva di essermi sdraiata nel letto prosciugato di un grande fiume, abbandonandomi con tranquillità e senza sforzo: sentii il fluire dell’acqua in montagne distanti, e sentii il torrente arrivare: non avevo voglia di alzarmi, non avevo la forza di fuggire. Giacevo inerte, bramando la morte. [..]
Era vicina: e siccome non avevo innalzato al Cielo nessuna richiesta per evitarla – siccome non avevo giunto le mani, né flesso le ginocchia, né mosso le labbra – arrivò: il torrente mi investì con il suo pesante flusso. La consapevolezza della mia vita derelitta, dell’amore perduto, della speranza infranta, della fiducia colpita a morte, ondeggiava piena e potente su di me in un’unica fosca massa. Quell’ora amara era indescrivibile: in verità l’acqua mi giunse alla gola. Affondai nel fango e non avevo sostegno; caddi in acque profonde e l’onda mi travolse.

Charlotte Brontë, Jane Eyre.

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