
Per dirla schietta, il nostro viaggiatore era dunque pazzamente innamorato di Clavdia Chauchat… Usiamo ancora queste parole perché ci pare di aver sufficientemente ovviato al malinteso che potrebbero suscitare. Il suo innamoramento non consisteva quindi in una gentile e sentimentale malinconia secondo lo spirito di quella canzonetta. Era invece una piuttosto arrischiata e disancorata varietà di questa malia, mista di gelo e calore, come lo stato di salute d’un febbricitante o una giornata d’ottobre in regioni superiori, e le mancava appunto un mezzo sentimentale che unisse i suoi due capi estremi. Riguardava da un canto, con una immediatezza che faceva impallidire il nostro giovane e gli stirava i lineamenti, il ginocchio della signora Chauchat e la linea della gamba, le spalle, le vertebre del collo e le braccia che comprimevano il piccolo seno… il suo corpo, insomma, quel corpo indolente e potenziato, messo enormemente in risalto dalla malattia e reso, così, doppiamente corpo. D’altro canto era qualcosa di assai fuggevole ed esteso, ossia un sogno, il sogno pauroso e infinitamente allettante d’un giovane, alle cui domande precise, anche se inconsce, aveva risposto soltanto un vuoto silenzio.
Thomas Mann, La montagna incantata.

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