L’apologia del male in “Una vita come tante” di Hanya Yahagihara

8–11 minuti

Vincitore del Kirkus Prize, finalista al National Book Award per la narrativa e al Booker Prize, candidato al “Women’s Prize for fiction” e all’ “International IMPAC Dublin Literary Award”, reputato tra i migliori libri dell’anno dal New York Times, The Guardian, The Wall Street Journal, Huffington Post e The Times. Nel 2019 il The Guardian lo classifica addirittura al novantaseiesimo posto tra i cento migliori libri del XXI secolo. Il libro protagonista delle riflessioni che seguiranno è Una vita come tante, scritto dall’americana Hanya Yanagihara e uscito in Italia nel 2016 con Sellerio. Data l’ampollosità delle presentazioni e delle candidature, si propone in modo particolarmente appetibile al lettore che viene letteralmente abbagliato dalla sua presenza in pole position nelle librerie anche molto dopo la sua uscita e consigliato da addetti ai lavori e non. Dunque, motivato a intraprendere una di quelle letture che sembrerebbe prospettarsi come indimenticabile, il lettore si appresta a immergersi con entusiasmo e curiosità nelle oltre mille pagine di narrazione.

Ma procediamo a piccoli passi.

Una vita come tante narra la vita di quattro amici, quattro giovani adulti che si affacciano ad un futuro indeterminato e imperscrutabile dopo aver concluso un brillante percorso di studi universitario. Ciascuno è in cerca di sé stesso, si trova a fare fronte alle proprie paure, sfidando un costante senso di solitudine e alienazione. All’apparenza sono dei ragazzi come tanti altri, pieni di sogni e ambizioni che si scontrano duramente con una realtà molto più difficile del previsto in cui la strada per la realizzazione personale è lunga e impervia.

L’autrice si dimena tra le storie dell’architetto Malcolm, dell’attore Willem e dell’artista JB, mentre prende lentamente campo il quarto personaggio di Jude St Francis, il più enigmatico del gruppo, avvolto com’è dall’impalpabile aura di mistero che reca con sé. C’è qualcosa di irrisolto in lui, qualcosa di molto disturbante: soffre di forti dolori causati da un incidente di cui non fa parola con nessuno ed è continuamente tormentato dai ricordi della sua terribile infanzia, che sfoga con feroci atti di autolesionismo.

A partire dalla seconda parte la trama subisce una brusca sterzata e si focalizza soprattutto sulla storia di Jude, il cui oscuro passato viene svelato tramite continui flashback e colpi di scena. D’improvviso quello che si era aperto come un racconto sull’amicizia e su una agognata crescita personale si trasforma in una parabola sulla sofferenza, sulle infinite strade del male e sui molteplici volti della cattiveria.

Si viene a poco a poco a scoprire che Jude viene martirizzato fin dall’infanzia, subisce atroci vessazioni e vive un’escalation di orribili violenze e soprusi che farebbe impallidire anche il più attrezzato degli psichiatri. Ma, cosa ancor più inquietante, si lascia ridurre in fin di vita più volte senza nemmeno provare ad opporsi, a difendersi.

La quantità di dolore che viene inflitta a quest’uomo è inimmaginabile e a tratti pure irrealistica, ma coinvolge il lettore a tal punto che procede voracemente la lettura delle pagine con la speranza di trovare qualcosa che allevi e plachi tanta sofferenza. Ma, nonostante i brevi momenti in cui sembra accendersi una fioca luce di speranza e gli illusori periodi di tregua, il male sembra avere sempre la meglio.

E questo è uno dei punti deboli del romanzo. Infatti, la sofferenza di cui sono impregnate queste pagine, non è finalizzata ad una crescita, ad una maturazione; è un dolore fine a se stesso, senza possibilità di evoluzione psicologica, senza possibilità di un qualsiasi miglioramento. L’impressione è che manchi qualcosa. La descrizione del male è curata nei minimi dettagli ma non è realistico e, paradossalmente, non fa empatizzare con Jude perché sembra che l’autrice lo abbia usato in modo adulatorio, per far scendere facilmente la lacrima. E, in effetti, non si può restare indifferenti emotivamente di fronte alla sofferenza di quest’uomo. Yanagihara fa del dolore l’unico protagonista effettivo del romanzo ma non affonda in esso per comprenderlo nella sua natura umana. Non c‘è introspezione, non c’è spessore psicologico, né filosofico, né esistenziale. Non ci si interroga sulla natura del male ma lo si presenta come un freddo dato di fatto.

Questa staticità rende noiosa la lettura.

Infatti vi sono pagine di una violenza inaudita e gratuita e vi sono pagine di una banalità smisurata per le situazioni inverosimili e i luoghi comuni, per la staticità dei personaggi, sempre uniformi e uguali a se stessi.

Jude rappresenta il volto tumefatto della vita che non reagisce, che si adagia sull’autopunizione, sull’autolesionismo, sulla convinzione di essere immeritevole del bene che gli altri provano per lui e di essere stato definitivamente compromesso dal male ricevuto. Questa accettazione quasi passiva diventa a lungo andare snervante se questo piatto sentimento di essere in una valle di lacrime non si trasforma in qualcos’altro, non genera nulla di più che una snervante autocommiserazione potenziata e alimentata dall’atteggiamento remissivo di coloro che ruotano intorno a lui. Sembra un’orgia del male in cui ogni personaggio incarna lo stereotipo più mediocre del patetismo. Il tormento fisico e mentale è esasperato, irrealistico, immaturo e trasforma la tragedia vissuta da Jude in un teatro del grottesco. C’è una grande differenza tra il volere scrivere un libro disturbante e fare appello al pietismo del lettore per vendere il dolore. Questo libro non vuole raccontare una storia ma vuole sconvolgere a tutti i costi e questa forzatura non giova alla narrazione perché non risulta credibile come non credibile è tutto questo accanimento esagerato del destino contro il povero Jude che finisce con l’infastidire chi legge.

Ogni personaggio sembra la caricatura di se stesso. È come se non avesse uno spessore di pensiero ed è come se guardasse se stesso come uno spettatore. E sono proprio i personaggi a costituire un’altra falla del romanzo. Le storie dei quattro amici non hanno una grande rilevanza: alla loro ascesa sociale e professionale non corrisponde una crescita personale o un aumento di consapevolezza. Gli attori di questo racconto sono sì sempre pronti ad aiutare Jude ma non vanno mai a fondo nei problemi, non affondano il loro interesse nelle radici del malessere. Sembrano figure finte che simulano sentimenti che non sanno indagare. Nessuno prende in mano davvero la situazione. La scrittrice ha perso l’occasione di fare del dolore di Jude uno strumento di comprensione, un mezzo di conoscenza di se stessi e degli altri. Il medico che segue Jude da sempre ha una vocazione indicibile per l’abnegazione nei confronti del suo paziente; i genitori adottivi sono così leziosi da risultare patetici e le storie dei personaggi secondari sono ridondanti allo scopo di far lievitare il numero delle pagine ben oltre ogni comprensibile soglia critica di sopportazione.

Non vi sono veri e propri conflitti aperti, campi esistenziali di reale confronto umano o intellettuale. Ma imperano le relazione di dipendenza tra il nostro sfortunato protagonista e alcuni personaggi che gli ruotano intorno, come gli amici, il medico, il professore che lo trattano come se fosse un bambino da proteggere, in modo fallimentare, da qualsiasi cosa possa turbarlo o scalfirlo. In questo modo, però, non si affronta mai il vero problema psicologico di Jude, che col tempo ha sviluppato una grave dipendenza dal dolore fisico. E questo fa in modo che la relazione instaurata con gli altri non sia sana ma si potrebbe definire in un certo senso tossica, nella misura in cui si lascia che quest’uomo continui a farsi del male pur di non sconvolgerlo troppo. E si sa, si è responsabili non solo di ciò che si fa ma anche di ciò che si permetta accada quando non si fa nulla per impedirlo. Risulta infatti strano che nessuno, soprattutto nella seconda parte del romanzo, abbia pensato di sottoporlo ad un trattamento sanitario per la salute mentale, si resta soltanto inermi ad osservarlo senza intervenire in modo incisivo. Ad esempio il medico, che è anche amico di Jude, è dannoso per la sua salute. Sembra paradossale, ma risulta illogico che un professionista della salute, sottoposto a obblighi professionali, faccia finta di niente di fronte all’evidente e penoso stato di salute fisica e psichica del suo paziente.

Da un punto di vista strettamente tecnico, anche lo stile di Yanagihara non è particolarmente interessante. Le descrizioni più accurate sembrano essere solo quelle incentrate sul dolore, a discapito degli altri momenti in cui sembra quasi che l’autrice inserisca tante più informazioni possibili in una sola frase, con il risultato che, anziché creare un’atmosfera in cui il lettore si possa immergere, si ha la sensazione che quelle parole servano solo a fare finta di darci una dimensione reale. I salti temporali che potrebbero anche avere un senso, vanno ad inserirsi sempre dopo un fatto specifico di grande portata, con la sensazione che ci vengano risparmiati, non tanto i momenti noiosi, quanto piuttosto i conflitti che ne susseguono con la conseguente vacuità di tutte le situazioni. I dialoghi sono fatui e surreali, infarciti di termini che, data l’incapacità dei personaggi di confrontarsi con le situazioni, suonano forzati e didascalici. Le lacune tecniche sono evidenti: gestire un libro così lungo che fluttua perennemente tra passato e presente, da più punti di vista, crea qualche problema non solo nell’uso dei verbi, che talora barcollano nell’alternanza di imperfetto, passato remoto e presente, ma anche nella gestione delle anticipazioni e dei flashback, generando un tempo zoppicante, ferito com’è anche da improvvise ellissi che spostano l’attenzione di anni nel giro di poche righe. E, a dirla tutta, nessuna frase di questo libro, presa isolatamente, merita forse troppa attenzione, nel senso che lo stile è molto piano, non gode di nessuna variazione particolare, di nessun guizzo. E anzi appare quasi sgradevole che una storia tanto dolorosa come quella di Jude sia stata dilazionata e frammentata per creare un po’ di suspense, come fosse un giallo qualunque. Eppure c’è qualcosa in quello che viene narrato, nell’inarrestabile trasporto emotivo che annulla il tempo della lettura e fa bere pagine su pagine, che rende questo libro imperfetto un ingranaggio emotivo inarrestabile, capace com’è di demolire punto per punto ogni speranza residua, di lasciare, dopo la fine, solo un campo devastato e sterminato di sbigottimento, dolore, tristezza. I dialoghi sono inconsistenti e sfociano talvolta in un sentimentalismo vuoto e irritante, tale da farli sembrare affettati, melensi, poco attendibili.

Una vita come tante è stato anche definito “il grande romanzo gay che New York aspettava”, probabilmente perché in esso è presente la storia di un amore omosessuale; ma anche questa è un’osservazione poco logica perché l’amore che lega Jude al suo amico è del tutto secondario soprattutto per il fatto che il valore dell’amore non si identifica in classificazioni identitarie di questo genere e dovrebbe piuttosto essere un pretesto per riflessioni di carattere più ontologico o intellettuale. E questo romanzo non lo fa, restando per tutte le ragioni esplicitate, un romanzo come tanti.

Lascia un commento