Chi sono i giornalisti di guerra?

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Ne ho conosciuti tanti: il primo paese in guerra dove sono stata era la Bosnia, nel ’95. Per alcuni di loro raccontare o aiutare è una missione, altri, di solito i più bravi, ogni tanto vanno in crisi e si chiedono a cosa serve, se serve. Ma non possono più fare a meno di quella vibrazione bassa, sorda e costante che dà la vicinanza di un nemico e di un conflitto nel paese in cui sei. Soprattutto se puoi scegliere di andartene, come quando lavori in carcere ma la sera esci. Per quasi tutti quelli che lavorano nei paesi in guerra quello che fanno li definisce e rappresenta, è un misto di vocazione, ossessione e status. Dei volontari, giornalisti e fotografi di guerra che ho incontrato, alcuni sono proprio come nei film: fumano, bevono, covano un dolore antico, sono cinici e spericolati. Altri invece sono meticolosi e disciplinati come preti. Poi c’è una nuova generazione di venti-trentenni bravissimi che vivono la cooperazione e il giornalismo con semplicità, senza retorica.

Daria Bignardi, Nostra solitudine

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