Caffè Letterario a Zurigo: il 35° incontro e L’ora di greco di Han Kang

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Scritto in due anni, dal 2009 al 2011, L’ora di greco di Han Kang è stato pubblicato in Italia da Adelphi nel 2023, con la traduzione diretta dal coreano all’italiano di Lia Iovenitti. La giuria svedese che nel 2024 ha assegnato alla scrittrice il premio Nobel per la letteratura ha riconosciuto

La sua intensa prosa poetica che affronta le ferite della Storia e mostra la fragilità della vita umana.

Quest’ultima annotazione vale in particolar modo per L’ora di greco.
Il romanzo segue due linee parallele, due vicende segnate da una perdita fisica: la storia di una donna che ha perso la parola e quella di un uomo che sta perdendo la vista. I due si conoscono grazie alle lezioni di greco antico, impartite da lui e frequentate da lei, nonostante il suo mutismo. È un incontro simmetrico tra due menomazioni dolorose, tra due fragilità che a un certo punto impareranno a conoscersi e a comprendersi reciprocamente. I drammi dei due protagonisti, che rimangono anonimi, sono svelati a poco a poco e in modo alterno, con parti che narrano in terza persona i traumi subiti dalla donna (la morte della madre, il conflitto coniugale e il divorzio, il figlio affidato al padre), e con altri capitoli in cui l’insegnante di greco parla di sé in prima persona, spesso scrivendo lettere (a una ragazza sordomuta, amata in gioventù, alla sorella, a un amico morto in Germania). Nel corso di greco, perfetta lingua “morta” e perciò emotivamente neutra per lei, nasce tra i due un legame silenzioso, fatto di ascolto e di presenza, e indizio di una trasformazione interiore che potrebbe cambiare le loro vite e di cui colgono i segni durante la notte trascorsa a casa di lui. Afflitti dalla fragilità dei loro corpi, da una minorazione che mette in forse la loro stessa identità, scoprono entrambi che è proprio da queste menomazioni che, attraverso il dialogo e un momento di vicinanza affettiva, potrà scaturire la verità: l’abbandono del silenzio in quanto forma di protezione per lei; l’accettazione dell’oscurità per lui, perché non è soltanto la vista che ci dà la conoscenza. Con il suo ritmo lento e frammentato, con il suo linguaggio essenziale e poetico, Han Kang ci offre una narrazione intensa e significativa.

La discussione all’interno del gruppo ha seguito un percorso incentrato sul concetto di linguaggio e sui vari modi di comunicare e conoscere. I pareri sul valore del libro sono stati discordi. C’è chi ha giudicato l’incontro finale in modo positivo, come un insperato spazio di trasformazione e di comprensione reciproca, segno di un amore inteso come ascolto, presenza, accettazione della vulnerabilità. Il silenzio della protagonista è stato visto come una forma eccessiva di estraniazione, di isolamento, quasi di autodistruzione, ma nel racconto la fine del mutismo sembra l’inizio di una nuova identità e di una nuova vita, come ci insegna la mentalità orientale, che ha una concezione ciclica del tempo. Infine, il greco antico non è una vera “lingua morta”: così distante nel tempo, può divenire, oltre che un sollievo per la protagonista, la fonte di una rinnovata meditazione sulla storia e sul concetto di civiltà. Non sono mancati comunque i rilievi e le critiche. La narrazione risulterebbe troppo parcellizzata e analogamente molte situazioni, forse inessenziali, non sono ben definite, non sembrano concluse e lasciano insoddisfatto il lettore comune (in effetti lo stesso finale è volutamente aperto). Il messaggio si fa nebuloso e ambiguo, anche per quanto riguarda le citazioni di Borges, le discussioni sull’origine del male e sulla teoria platonica delle idee.

Il prossimo incontro avrà luogo il 29 maggio, sempre al Punto de Encuentro di Zurigo; verrà discussa la raccolta poetica Due punti di Wisława Szymborska.

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