Maldamore – #13
Numerosi sono i personaggi della tragedia greca segnati da passioni forti e contraddittorie, i cui conflitti possono perciò essere letti non solo come odio, ma come legami complessi e contorti. Anche quando l’avidità e il desiderio di supremazia li trascinano in una spirale di crimini, in questo rapportarsi all’altro, anche attraverso il dolore, essi tradiscono quanto siano indissolubilmente legati. Il loro antagonismo, fatto di delitti e tradimenti, può essere perciò inteso come forma distorta di un amore trasformato in ossessione, dove la presenza dell’altro è così centrale da non poter essere ignorata, nemmeno se eliminata.

Colpa e supplizio di Tantalo
La maledizione degli atridi ha origine dall’antenato Tantalo, re di Frigia, che non pago di aver rubato agli dèi il nettare e l’ambrosia dell’immortalità, volle sfidarne il discernimento invitandoli a un banchetto in cui offrì loro il cadavere bollito del figlio Pelope. Gli dèi, riconosciuta la natura dell’orrenda pietanza, la rifiutarono con orrore; e dopo aver riportato in vita il giovane, inflissero a Tantalo la punizione esemplare di essere costretto a soffrire in eterno di fame e sete insaziabili, pur avendo sempre a portata di mano frutti e acqua. Ciò non valse però ad estinguere la tremenda colpa, che si sarebbe riversata su tutta la sua stirpe.
Maledizione ereditaria
Per non dire di Niobe, che accecata dalla superbia vede tutti i suoi figli uccisi, la sventura colpisce intanto lo stesso Pelope. Che sfidato a una corsa di carri dal padre della desiderata Ippodamia, perpetuando la disposizione all’inganno corrompe l’auriga a sabotarne il carro, provocandone la morte. Ma l’inganno non resta privo di conseguenze, se dall’unione nascono i gemelli Atreo e Tieste, legati da un odio implacabile e una lotta feroce, quando un oracolo predice che alla morte del re di Micene il trono spetterà a uno di loro. Il possesso di un vello d’oro nel gregge di Atreo sembrerebbe sancirne la legittimità, se non fosse che la moglie Europe glielo ruba per consegnarlo a Tieste di cui è diventata amante, che così viene eletto. Ma siccome Atreo, col supporto di Zeus, pretende che re diventerà chi farà tramontare il sole ad Oriente, essendoci riuscito per volontà divina, viene riconosciuto re di Micene e bandisce Tieste dalla città.
Atreo e Tieste
A questo punto Atreo potrebbe dirsi soddisfatto, se non fosse che la “nevrosi tantalica” non si manifestasse di nuovo. Ed ecco allora che fingendo una riconciliazione col fratello (ma anche per vendicarsi del tradimento della moglie), lo invita a un banchetto: in cui però gli serve in lugubre pasto i figli, prima di esibirgli le teste mozzate. Sconvolto dall’orrore, Tieste non riesce ormai a pensare ad altro che alla vendetta. Ma non avendo più figli maschi, pensa bene di procurarsene uno violentando in incognito la figlia Pelopia. La quale, durante l’atto violento, riesce però a sottrargli la spada, prima di rifugiarsi a Micene dallo zio Atreo, che la prende in moglie credendo suo il frutto dell’incesto, Egisto. Poi il tempo passa, e per un ventennio tutto sembra calmato. Ma non per Atreo: che, sempre temendo le manovre di Tieste, incarica Egisto di ucciderlo, peraltro con la spada ricevuta dalla madre. Ma quando Tieste, riconoscendo l’arma, gli svela il segreto delle sue origini, Egisto uccide lo zio Atreo e consegna il trono al vero padre.
Gli atridi
A questo punto, non si sa bene come e perché, il trono di Tieste, invece di passare nelle mani di Egisto, si ritrova in quelle del figlio di Atreo, Agamennone. Il quale, sacrificando la figlia Ifigenia per poter salpare con la flotta per Troia, si attira l’odio della moglie Clitennestra (Maldamore 12). Divenuta in sua assenza amante di Egisto, che a sua volta ha qualche ragione di volerne al cugino, non appena il re rientra dalla guerra, i due lo uccidono. E ancora una volta giustizia sembrerebbe fatta: se non fosse che Elettra incita il fratello Oreste a vendicare il padre, aggiungendo il matricidio alla catena di delitti messa in moto da Tantalo, dove nessuno è libero, ogni gesto nasce dal precedente, e ogni colpa genera una nuova tragedia.
La saga infinita
Questa saga sanguinosa ci è stata trasmessa soprattutto dai grandi tragediografi antichi, che ne hanno tratto drammi di straordinaria profondità, ciascuno offrendo una prospettiva originale su destino, colpa e giustizia. A partire da Eschilo, che nella trilogia dell’Orestea (Agamennone, Coefore, Eumenidi), mostra la maledizione come una forza inarrestabile che si abbatte sulla famiglia, generando una spirale di vendetta e di sangue. Così Agamennone viene ucciso dalla moglie Clitennestra, mentre Oreste si trova di fronte al dilemma se vendicare il padre o rispettare il sangue familiare. Finché, davanti al tribunale di Atene si impone giustizia umana. E mentre le Erinni, spiriti della vendetta, si trasformano nelle divinità benevole delle Eumenidi, la civiltà interviene ordinando il caos della vendetta in legge e speranza. Quanto a Sofocle, nell’Elettra mette l’accento non tanto sulla maledizione, quanto sulla complessità dell’animo umano. Sicché Elettra incarna la tensione tra dovere e sofferenza, mentre Oreste è logorato dalla paura e dal dubbio. E se pure il destino pesa sempre sugli atti, a rendere la vicenda tragica sono le loro scelte e passioni, per cui la giustizia rimane inquietante e ambigua, lasciandoli sospesi nel conflitto morale. Euripide, da parte sua, smontando il mito, in Elettra, Oreste, Ifigenia in Aulide, mette a nudo la fragilità umana, non presentando eroi statuari ma individui tormentati e vulnerabili: da Agamennone indeciso e quasi vigliacco, a Oreste distrutto dal matricidio, a Elettra amara e ossessiva. Mettendo così in dubbio sia il potere degli dèi che l’ineluttabilità del destino, e persino la stessa idea di giustizia.
E Tieste?
Da Tantalo a Oreste, dunque, la vicenda ereditaria riflette una complessità di sentimenti dove l’amore e l’odio si intrecciano come facce della stessa medaglia. Solo che mentre gli Atridi hanno avuto il privilegio di ispirare i grandi tragici, il dramma di Tieste non ha suscitato altrettanto interesse. Non che mancassero in lui tratti spaventosi di “appropriazione amorosa”, come l’atto antropofagico e lo stupro della figlia. Ma la sua figura ha suscitato minore interesse nell’antichità, se si eccetta una tragedia di Seneca. In tempi più recenti il suo dramma è stato ripreso da Crébillon e da Voltaire. Ma l’approccio più sorprendente resta quello del diciassettenne Foscolo, che col suo Tieste ha scritto una tragedia che, se non tocca i vertici dei Sepolcri, rivela una perizia e un senso drammatico non indegno dell’Alfieri.

