
Rüya dormiva a pancia in giù nel buio dolce e tiepido, sotto i rilievi, le valli ombrose e le delicate colline celesti dell’azzurra trapunta a quadri che copriva completamente il letto. Dalla strada giungevano i primi rumori del mattino d’inverno: il passaggio di qualche automobile e di vecchi autobus, lo sbatacchiare sul marciapiede dei bollitori in rame che il venditore di salep condivideva con il pasticciere, il fischietto del chiama-vetture alla fermata dei dolmus. Tende blu scuro affievolivano la luce plumbea che filtrava nella stanza. Galip, ancora pieno di sonno, guardò il viso della moglie che sporgeva dalla trapunta: il mento di Rüya era sommerso nel cuscino di piuma. Nella curva della fronte c’era qualcosa di surreale, che suscitava in lui un’ansiosa curiosità verso gli eventi meravigliosi che avevano luogo dentro quella testa. «La memoria – aveva scritto Celal in una delle sue rubriche – è un giardino». «Giardini di Rüya, giardini del Sogno… -si era detto allora Galip. – Non pensarci, non pensarci, altrimenti diventeresti geloso !» Ma Galip, osservando la fronte della moglie, non poté fare a meno di pensarci.
Orhan Pamuk, Il libro nero

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