TRE CITAZIONI E UNA RIFLESSIONE / Gli italiani, ieri e oggi.

«Italiani, brava gente»?  Non ai posteri l’ardua sentenza, ma a tre grandi personalità della cultura degli ultimi tre secoli: Goethe, Leopardi, Pier Paolo Pasolini. Leggendo le loro citazioni, chiediamoci volta per volta se nelle loro parole, in realtà un po’ critiche, non si nasconda almeno un fondo di verità.

 

Lealtà tedesca invano cercherai per ogni dove;

qui c’è vita e c’è animazione, ma non ordine né disciplina;

ciascuno pensa solo a sé, di altrui diffida, è vano,

e i reggitori dello Stato, anche loro, pensano a sé soli.

Bello è il paese, ma Faustina, ahimé, più non ritrovo.

No, non è più l’Italia, questa, che con dolore lasciai.

(…)

W. Von Goethe, «Epigrammi veneziani», 1790. https://www.amazon.it/Elegie-romane-Epigrammi-veneziani-tedesco-fronte/dp/8879833421

 

Il grande tedesco loda la vitalità degli italiani, la loro energia, ma ne deplora il disordine, l’indisciplina, la slealtà, l’egoismo, la diffidenza reciproca e una certa lontananza da valori che siano universalmente riconosciuti nella società; quanto ai suoi governanti… meglio stendere un velo pietoso. Individualismo fonte di creatività e capacità di iniziativa, ma anche segnato da scetticismo, cinismo e scarso senso civico: non sembrano gli stereotipi di sempre, anche se relativi a un’esperienza limitata del Bel Paese e certo non riferita alla totalità di un popolo?  E lo stereotipo non è spesso il consolatorio luogo d’incontro di vari preconcetti? Eppure l’autore del «Viaggio in Italia» e delle «Elegie romane» amava il nostro paese e non stiamo parlando di un osservatore qualsiasi. Anzi.

In un momento storico diverso, ma non molti anni dopo,  un altro grande, Giacomo Leopardi, pur dall’angolo angusto di osservazione dello Stato della Chiesa, analizzava la società e il costume dei suoi contemporanei d’Italia con occhi acuti e impietosi:

 

Primieramente dell’opinione pubblica gl’italiani in generale, e parlando massimamente a proporzion degli altri popoli, non ne fanno alcun conto. Corrono e si ripetono tutto giorno cento proverbi in Italia che affermano che non s’ha da por mente a quello che il mondo dice o dirà di te, che s’ha da procedere a modo suo non curandosi del giudizio degli altri, e cose tali. […]Gl’Italiani hanno piuttosto usanze e abitudini che costumi. Poche usanze e abitudini hanno che si possano dir nazionali, ma queste poche, e l’altre assai più numerose che si possono e debbono dir provinciali e municipali, sono seguite piuttosto per sola assuefazione che per ispirito alcuno o nazionale o provinciale, per forza di natura, perché il contraffar loro o l’ometterle sia molto pericoloso dal lato dell’opinione pubblica, come è nell’altre nazioni, e perché quando pur lo fosse, questo pericolo sia molto temuto. Ma questo pericolo realmente non v’è, perché lo spirito pubblico in Italia è tale, che, salvo il prescritto dalle leggi e ordinanze de’ principi, lascia a ciascuno quasi intera libertà di condursi in tutto il resto come gli aggrada, …

Giacomo Leopardi, «Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani», 1824. https://it.wikisource.org/wiki/Discorso_sopra_lo_stato_presente_dei_costumi_degl%27Italiani

 

Non ci sono in Italia un’opinione pubblica o una “spirito pubblico” degni di nota, neppure si può parlare di vero e proprio “costume”, ma di superficiali usi e abitudini locali, certamente non nazionali. Ognuno in Italia, nell’ambito consentito dalle leggi, fa ciò che gli pare. Leopardi si sofferma poi sulle conseguenze fortemente negative di tutto ciò sulla società, poco coesa e solidale, e sulla morale generale, se così si può chiamare.

Il particolarismo italiano precedente il Risorgimento, particolarismo di cui il Recanatese era ben conscio, spiega storicamente questo stato di cose, nonché lo scollamento Stato-cittadino, forse attuale ancora oggi. Sia l’Unità che le vicende successive, che portarono l’Italia dal Regno alla Repubblica, hanno “plasmato” forse solo in parte gli italiani in quanto popolo. E il rapporto con lo Stato, o di questo con la società, non è stato e non è esemplare. Lo testimonia questo amaro giudizio pasoliniano:

 

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

Pier Paolo Pasolini, da “Scritti corsari” (articolo del 1974, “Il romanzo delle stragi”).

 

L’accusa risentiva dello “stragismo” e del clima degli “anni di piombo”, quando la sfiducia nello Stato era diffusa e collettiva, e forse può risultare esagerata. Ha contestato la considerazione di Pasolini Gianrico Carofiglio in «Con i piedi nel fango», ma con ragioni che mi paiono poco convincenti. Si veda la mia recensione: https://giornatedilettura.wordpress.com/2018/05/31/caro-figlio-mio-recensione-a-cura-di-vittorio-panicara-di-con-i-piedi-nel-fango-di-gianrico-carofiglio-con-jacopo-rosatelli/).

Ma c’è da dire ancora qualcosa: la storia italiana degli ultimi quarant’anni non ha forse aggravato la situazione? E dunque c’è oggi chi possa contestare, prove alla mano, il pessimismo di Pasolini?

 

Fonte dell’immagine:

https://www.corriere.it/opinioni/18_settembre_09/belpaese-diventato-brutto-22c442aa-b398-11e8-98e5-ba3a2d9c12e4.shtml

 

 

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