Un titolo promettente: “Il colibrì” di Sandro Veronesi (Recensione di G. Passannante)

Unknown.jpegLo ammetto: ho iniziato a leggere questo romanzo infastidito dai rumori che l’hanno preceduto. Per mesi e mesi si sono scomodati critici, giornalisti e l’autore in persona, per convincerci che si trattava di un lavoro epocale, e tale da meritare a Veronesi per la seconda volta lo Strega. Ancora più seccante era che il risutato si sapeva già da tempo: a riprova del funzionamento “trasparente” del sistema… Insomma, questo Strega aveva da essere, ed è stato!

Ma che cos’è infine Il colibrì? Giustifica gli epicedi sulla morte del genere, o assolve i peana dei fedeli? E, soprattutto, si tratta davvero di “un romanzo potentissimo, che incanta e commuove, sulla forza struggente della vita”, come recita la seconda di copertina?

Partiamo dal titolo. Dal testo apprendiamo che il colibrì è uno degli uccelli più minuscoli al mondo, capace però, grazie a un rapidissimo battito d’ali, non solo di stare sospeso a mezz’aria ma addirittura di volare all’indietro… Ecco, di questo straordinario esemplare di pennuto il protagonista Marco Carrera possiede le caratteristiche: essere più piccolo della media (ma poi crescerà), restare in surplace col dinamismo inconsueto, e saper persino volare all’indietro. Più una quarta, di cui dirò poi.

Di professione oftalmologo, membro di una scombinata famiglia della borghesia fiorentina, con genitori litigiosi, una sorella depressiva e un fratello latitante (per equivoco), Marco si trascina in uno stracco ménage di sotterfugi e menzogne con una donna in eterna terapia e vaga di alternative meno fallimentari. Ed è su questa costellazione già pericolante che la catastrofe si abbatte, a partire dalla richiesta di divorzio della moglie incinta di un altro. Dopodiché è tutta una vertigine di sventure: prima la morte della madre, poi quella del padre, entrambi per cancro (che non risparmia invero neanche lui); e quella ancora più grave della giovane figlia, che in aggiunta gli lascia il carico di Maraijin, una bambina discesa da lombi incerti e con tratti vagamente esotici. Unico sprazzo positivo (si fa per dire) sul cammino di questo sfigato è l’amore per Luisa, conosciuta fin da ragazzo, e con la quale intrattiene a distanza una relazione epistolare, e dunque irrisolta…

Come sopravvive Marco Carrera a questa caterva di disgrazie? Appunto con l’arte del colibrì: levitando sui turbini, per non soccombere alla “dittatura del dolore”, come gli scrive la stessa Luisa:

tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d’ali al secondo per rimanere dove già sei. Sei formidabile, in questo. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci a fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro

A trasformare l’apatia in impegno è proprio la nipotina Maraijin, il cui nome giapponese significa “uomo del futuro”: che bellissima e onnicomprensiva, dotata di poteri extrasensoriali e un po’ manga, come coaugulo multietnico del meglio della specie svetta a simbolo di un’umanità nuova. Tanto che grazie a lei Marco riesce retrospettivamente a dare senso alle drammatiche vicende su cui prima volteggiava ebetemente, a mettere logica nello sconquasso, e addirittura a guardare al futuro con la fiducia di chi, addomesticati i sentimenti, giunge non senza una punta di compiacimento a redimersi in una sorta di discutibile exit.

Stemperata tra gli anni Sessanta e un futuro prossimo, e dunque su tre o quattro generazioni, la storia seleziona episodi di eccessiva gravità su cui far svettare la levità del colibrì. E ci viene restituita, tra continui salti avanti e indietro nel tempo, da tessere sparse di un puzzle che tocca al lettore sistemare. Alla fine la trama si ricostruisce: ma lo sgretolamento temporale, se pure spalmato con perizia, più che suggerire una stratificazione complessa, tradisce l’artificio di un assunto cerebrale. Non si vede infatti quale esigenza giustifica l’ordine dei capitoli, che potrebbero essere posti in una sequenza totalmente diversa senza che nulla cambierebbe. La distribuzione random non è governata cioè da necessità compositiva. E malamente l’autore riempie gli scarti con dialoghi vuoti, dettagli insignificanti o insulsi (che il protagonista sia un oftalmologo non ha nessuna importanza, e potrebbe più fecondamente essere becchino; le lettere e le mail riportano sempre l’indirizzo o le date; l’inventario di mobili ci informa sull’anno di acquisto e sul prezzo; la collezione di Urania è minuziosamente descritta e catalogata…)

Questa dispersione della materia non è un difetto da poco: poiché il disordine dei piani e l’inessenzialità di molte pagine velano sia l’evoluzione che l’involuzione dei personaggi. Non soffre Luisa, non soffre il fratello, non sappiamo perché la sorella si suicida, e ancora meno avvertiamo le motivazioni serie della sorprendente decisione finale di Marco. La quantità di sciagure che lo toccano è tale che ci sarebbe da riempire bacinelle di lacrime. Eppure non succede, perché l’empatia è spazzata via dalla gratuità con cui le snocciola lo scrittore, solo attento che il giocattolo funzioni e intrighi.

La cosa più riuscita del libro, in definitiva, è il titolo. Era un’idea intrigante, e prometteva sviluppi fecondi. Ma a Veronesi manca quella capacità di scavare che incanta nei grandi scrittori. Ed è qui che si fa luce quella quarta dote del colibrì di cui dicevo all’inizio: la leggerezza. Che non è però la disinvoltura con cui Marco incassa rovesci che spezzerebbero qualsiasi tempra. La leggerezza a cui alludo riguarda invece la superficialità del discorso. È quella per cui le calamità sono elencate ma non sofferte. La morte è un fatto, un evento, davanti al quale il colibrì continua a restare sospeso. Tra tante persone che spariscono, lo scrittore non si sofferma (tranne una volta) sulla ferita che essa scava, sulla voragine che lascia in chi resta. Sicché, quella levità sconfina pericolosamente nell’indifferenza di chi tutto si è lasciato scorrere accanto, e non per saggezza, ma perché lo scrittore non è stato capace di affondare il bisturi.

Naturalmente a questa impressione contribuisce la lingua: il difetto a mio parere più grave del libro. Non che Venonesi scriva peggio di tanti suoi colleghi. Ma si allinea al narrato spesso scoordinato dei social, a riflesso di un mondo caotico e franto. Sicché, pur di eludere (non sia mai!) il rallentamento riflessivo dell’ipotassi, snocciola la vicenda in una prosa sbrigliata, che dall’ibridazione coi vezzi della rete ricava solo penuria letteraria. Né migliora le cose il corredo extranarrativo dei ingraziamenti ai molti collaboratori che a vario titolo vorrebbero dare autorevolezza a una fatica tanto immane, mentre incrementano solo il sospetto che alla fin fine si tratti solo di un’operazione calcolata…

 

Post Scriptum

A stesura conclusa mi assale il dubbio che forse ho calcato un po’ la mano per un romanzo che tutto sommato si lascia leggere. Posso però aggiungere, in favore di Veronesi, che in definitiva questa recensione l’ho stesa: mentre per tanti, troppi suoi colleghi, non mi scomoderei nemmeno sotto tortura.

 

4 commenti

  1. Coraggiosa serie di sottolineature. Ne sento la mancanza, in Italia, dove o si sviolina o si resta soli con, sul capo, il “sospetto” di arroganza critica o simili. Ebbene Passannante ribadisce il diritto del recensore di fare il suo lavoro senza cedimenti alle mode… soprattutto quelle delle pacche sulle spalle.

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    • È cosi. Una recensione deve essere spassionata, senza accomodamenti o ingiurie. Ovviamente ognuno ha una propria formazione, sensibilità e cultura. Ma quando si è esercitato il gusto sui classici, le aspettative sono più alte, e non ci si lascia certo impressionare da una nomea usurpata o da un premio, peraltro svalutato.

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