Un nuovo senso della parola poetica: “Il monile di Ashtart” di Matteo Maxia e Roberto Crinò (prefazione di Maresa Schembri).

La Poesia è mettere in parole quello che, a rigore, non può essere messo in parole, quello che non ha nemmeno “forma di parole”. 

Così, nel suo Ultimo paradosso, Asor Rosa racchiude efficacemente il senso più intimo del valore della poesia, ossia quello di riuscire a rendere umano, attraverso la resa verbale, ciò che l’umano trascende, quello che non può essere esplicitato in parole perché non appartiene alla dimensione terrena. E, si sa, è un’operazione ardua, carica di responsabilità, scrivere versi in cui ci si fa portavoce di una scintilla divina. La poesia, insieme alla musica, è lo spazio in cui tale fiamma si accende e, in questa significativa silloge, ne sono valido esempio Matteo Maxia e Roberto Crinò. Leggere Il monile di Ashtart si condensa in un’esperienza particolare già a partire dal titolo scelto dagli autori che rimanda alla dea del Pantheon sumero-accadico, Ashtart, simbolo di fertilità, di bellezza, ma anche della guerra. E l’opzione non poteva essere casuale. Dea che crea e dea che distrugge. Nell’epopea di Gilgamesch rappresenta anche l’amore sensuale, legato alla lussuria. Essa porta in sé un carattere duplice come la Luna e i suoi cicli. E la Luna è citata due volte in queste poesie, così come menzionati sono il Sole e le stelle, rimandando, in tal modo, a un immediato collegamento con la stella a otto punte che ricorda Venere (il cui nome porta il titolo anche di un carme), la stella del mattino, e che ripercorre le stesse fasi in corrispondenza di un ciclo di otto anni terrestri, come già i Sumeri sapevano. E otto sono le porte di Babilonia, una delle quali è dedicata ad Ashtart che viene definita anche la dea dei sogni e dei presagi. 

La natura doppia di tale divinità riflette perfettamente quello di queste poesie che, se da un lato si rivelano un inno alla spiritualità, dall’altro sono un altare della sensualità più vellutata. Questo si traduce in un intreccio molto interessante da un punto di vista strettamente tecnico perché le due sfere non sono separate, ma si amalgamano sapientemente nella pagina poetica. 

Come diceva Montale, «è una tempesta anche la tua dolcezza», e qui diventa seducente pure la parola innocente e si spiritualizza il verbo più passionale. Questa dialettica si incarna non soltanto nei temi ma anche, e soprattutto, nello stile. Ed è proprio lo stile che riserva le sorprese più interessanti. Infatti, l’imprintingdi fondo resta quello caratteristico di ciascuno dei due poeti ma, a una lettura più attenta, si nota un lieve cambiamento di registro che probabilmente (e inevitabilmente), è da attribuire al lavoro sperimentale a quattro mani di Maxia e Crinò. Sul piano della perizia retorica e strutturale l’opera, invero, si presenta come un duetto ben calibrato tra i due autori, in cui l’uno dà avvio alla silloge, seguito dai versi dell’altro che cominciano con l’ultima parola della poesia precedente. Si viene a creare così un vero e proprio dialogo in un’alternanza di canti in cui c’è un filo conduttore, una costante che li lega, sia tematica sia linguistica. Rispetto alle loro precedenti raccolte poetiche, questi carmi appaiono più pensati, più meditati e, pur non togliendo spontaneità alla loro natura, sono più culturalmente impegnati e questo non si traspone soltanto in una maggiore e innegabile ricercatezza linguistica, ma anche in un ventaglio tematico che abbraccia una vasta sapienza. 

Infatti, alla base di temi quali l’amore, la nostalgia, lo scorrere del tempo, vi è un sostrato conoscitivo che spazia dalla cultura classica, greca e latina, alla filosofia orientale, alla fisica quantistica, alla scienza. Ma, a ben vedere, i due poeti toccano anche contenuti riguardanti la magia degli incontri, la speranza, le ragioni dell’anima, il consorzio umano. In Fuga per lesistenza, ad esempio, si riscontra una sottesa critica alla società e un malcontento verso lo status quo. L’evasione è necessaria per mantenersi vivi, per sfuggire al sistema che ci vuole piegati al suo potere, obbedienti ai suoi precetti, che ha la pretesa di dire cosa si deve fare, cosa si deve pensare. Infrangere il dogma per fare ri-nascere le proprie vocazioni è un diritto, nonché un dovere, verso la propria persona. A questa poesia si lega la successiva, Esili silenzi, in cui emerge con forza la necessità di strappare il velo della cecità che ottenebra la mente umana, a vantaggio di un risveglio ribelle che permetta di scalare le altezze della libertà. 

Qui trova spazio il contrasto tra l’impervia prospettiva di un sistema sociale che ci vuole burattini, ossequiosi dei principi, e la dimensione di totale libertà dell’io poetante che invita a prendere coscienza di questo stato di schiavitù a favore di una riemersione della propria soggettività. 

Sulla stessa scia sono pure altri componimenti che si concretizzano in un appello a non galleggiare sulla realtà, a non subire la vita ma esserne attori protagonisti senza permettere, in tal modo, alla società di farci omologare a essa, conferendole così il diritto di impossessarsi della nostra individualità. Lasciare che questo accada è il primo, grande tradimento che operiamo nei confronti di noi stessi. Questo è un tema molto caro ai due poeti che in più carmi sono tornati sull’argomento. In Lessenziale l’autore si duole dell’incapacità di guardarsi dentro, trasmettendo al lettore l’amarezza nell’avvertire, con percezione acuta e indagatrice, i cuori resi insensibili all’ascolto della propria voce, disabituati a vedere il firmamento dell’anima. Fa seguito, in Eidos, la cui origine greca rimanda al significato di forma, l’invito del poeta a sottrarsi ai precetti sociali che ci vedono avvinghiati alla forma, appunto, e lontani dalla sostanza. 

I soggetti di questi “monili” sono anche luoghi a cui è dedicato il sentimento dei poeti, come Eidyn (regione del periodo medievale britannico, che oggi insiste intorno alla moderna Edimburgo) e Sikelía (antico nome della Sicilia); e poi si trovano gli astri, la natura, la morte, nelle loro declinazioni metaforiche e semantiche. 

Sul versante strettamente linguistico, la ricchezza lessicale si accompagna a costrutti colti di derivazione classica (Ἀνάγκη, Transeat, Ergo sum, Eidos, Festìna lente, Origo, Fer- tur vixi), all’uso dell’inglese (Shes gone, Love pain, Good bye) e del dialetto siciliano (U picciriddu, il bambino). Talvolta la lingua si piega al gioco con le parole che gli autori si divertono a scomporre per conferire loro ancestrali stratificazioni semantiche o, addirittura, nuove costellazioni di senso, dissepolte e restituite al vocabolo, come dimostrano ad esempio Alchi- mia, Cieca-mente, Ben-essere, Per-metti, Dimora damoreEr(m)etico, in cui la lettera “M” tra parentesi asseconda il senso da attribuire ai versi che, tra l’ermetico e l’eretico, si rimbalzano il significato conferito alla religione. 

A dare armonia di suono a queste poesie è la musicalità. Infatti, è come se questi versi fossero destinati a una partitura musicale, a una modulazione sonora sull’onda della palpitazione e del turbamento. Tuttavia, la rima, accordata sempre nella sua vitalità, non è una costante della pagina poetica. Il verso, talvolta, si fa più narrativo, flusso inarrestabile che scivola fino a evolvere in una forma nuova, straordinaria premessa esistenziale per arrivare dritto al cuore del lettore. 

Ci sono due modi per leggere una poesia: quello letterale, in cui si coglie il senso prossimo allo strato fenomenico, empirico, immediato, che i nostri sensi ci suggeriscono e poi, squarciando il velo di Maya, vi è il senso metaforico che scende direttamente fino al noumeno, che racchiude il significato più autentico del testo. Affinché una poesia possa essere compresa, sentita fino in fondo, deve essere penetrata fino alla sua essenza e per potere fare ciò è indispensabile l’ingrediente fondamentale, ossia la sensibilità, senza la quale ogni approccio al testo sarebbe impensabile, ma occorre anche un bagaglio conoscitivo, di esperienze, per poter leggerle col criterio che meritano. E se è vero che la spontaneità creativa viaggia parallelamente alla necessità compositiva, senza esserne subordinata e dettata dal tipo di struttura che i poeti hanno dato al testo, dall’altro ritengo che siano dei versi destabilizzanti, riflesso di una poetica che si regge su un gioco di spinte e contro-spinte. Sono poesie dove gli assi di equilibrio si spostano ridisegnando nuove vertigini compositive all’orizzonte di infinite, possibili realtà da esplorare. 

Interpretare questi versi è come intraprendere un viaggio alla luce di una interazione tra due voci diverse che, parafrasando Jodorowsky, sono “spargi- menti vivi nella solitudine dei sogni”. 

A leggere queste poesie si corre il rischio di essere schizzati fuori, su spazi siderali non conosciuti, in un processo di ascensione sia spirituale che culturale; ci si azzarda a essere travolti da una magia astrale conturbante che rende consapevoli della nostra asfissia causata da una insaziabile fame di bellezza. Lasciarsi interrogare da questi versi vuol dire penetrare l’anima della Poesia per immergersi, in verità, sempre più a fondo in se stessi. Infatti, l’efficacia terapeutica di queste arie poetiche è affidata alla forza del rapporto intersoggettivo, alla sensibilità intuitiva e al potere contemplativo, creando, in tal modo, nessi sincronici con i lettori più attenti a sondare i moti ondulatori, misteriosi e intimi dell’interiorità umana. 

L’anima del poeta diventa così terreno fertile per la germinazione di sconosciute stratificazioni ontologiche in cui l’io poetante è il risultato della frammentazione del sé, lasciando così spazio a quel nulla indispensabile affinché i versi abbiano ampio respiro. 

Si tratta di un caleidoscopio di emozioni, coniugate secondo l’elevatura spirituale dei due autori. Magie incrinate sul versante della consapevolezza. Maxia e Crinò si rimbalzano frammenti di spiritualità incastonati nella dorata e sofferta pagina poetica e il lettore non può fare altro che ristorarsi davanti al fuoco della loro profonda umanità. 

Due monadi, due isole, la Sicilia e la Sardegna, che si incontrano nel mare poetico che le accomuna; due poeti che, navigando verso altre mete, si sono incaricati di infiammarle di nuove potenzialità emotive, di importanti risonanze psicologiche, di altre visioni di vita allargandone, così, le prospettive. Perché anche a questo serve la poesia, a ravvivare la nostra vista, ad accendere la fiaccola della speranza che brilla in ciascuno di noi. 

In una simile intelaiatura, il canto del poeta è incanto musicale. Ascoltandolo la divinità rivive e risente l’armonia delle origini. Perché la Poesia è un ritorno alla genesi, in quelle regioni dove l’anima si fa corpo, dove il divino si fa verbo. E la scrittura diventa, in tal modo, il grembo in cui si feconda la parola che genera un nuovo valore epistemico. 

Ma il più grande merito di questi monili poetici è quello di agitare il terreno sottostante le nostre certezze, quelle che abbiamo costruito e volontariamente cementificato per aggrapparci a fragili illusioni. Maxia e Crinò, architetti di bellezza, destano da questo torpore dello spirito e provano, con successo, a offrirci altri orizzonti oltre i confini stabiliti, per prenderci cura della nostra fragile umanità. 

Maresa Schembri 

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