I paradossi di Zenone

Briciola di filosofia #18

Trovate le puntate precedenti, sulla pagina dedicata a questa rubrica: Briciole di filosofia


Abbiamo visto come la scuola di Elea, fondata da Parmenide nell’Italia meridionale, si fosse contrapposta a quella di Mileto, ponendo a fondamento della realtà un principio razionale. Contro la fallacia trasmessa dai sensi, per i quali la realtà è materiale, molteplice, in movimento e corruttibile, Parmenide aveva affermato che la realtà è rigorosamente mentale, una, immobile ed eterna, attirandosi accuse di bizzarria e assurdità. Discepolo di Parmenide, Zenone si propose invece di dimostrare che, se la concezione del maestro sembrava condurre a risultati contraddittori, ammettendo invece il moto e la molteplicità si andava incontro a difficoltà ancora maggiori.

Ben rendendosi quindi conto che l’ostica dottrina di Parmenide contrastava con i dati dell’esperienza sensibile, si industriò a condurre le menti a riflettere sulla sua validità, elaborando alcuni argomenti destinati a durare nei secoli, e che fanno di lui il padre della dialettica. Per dimostrare l’infondatezza delle accuse inaugurò la tecnica della dimostrazione per assurdo, per cui si assume per ipotesi una tesi avversa per poi confutarla. Questo procedimento adottò sia contro il moto che contro la molteplicità delle cose, sul presupposto che non c’è porzione di spazio, per quanto piccola, che non sia ulteriormente divisibile nel pensiero.

CONTRO IL MOTO

A)  Argomento dello stadio:

Un corpo che si muove dal punto A verso il punto B, prima di arrivarci deve raggiungere un punto intermedio, che diciamo C. Ma prima di arrivare a C, deve superare il punto intermedio tra A e C, chiamato D. Ma prima di arrivare a D… e così via all’infinito.

B) Argomento della freccia

Una freccia che parte dalla mano dell’arciere, prima di raggiungere il bersaglio, si troverà ad essere immobile in ogni posizione, come le diapositive di una pellicola, che isolatamente sono ferme, anche se danno l’inganno ottico del movimento quando le facciamo scorrere in successione.

C) Argomento di Achille e della tartatuga

Se il pie’ veloce Achille ingaggia una corsa con la proverbiale tartaruga, a cui è stato dato un certo vantaggio di partenza, non la raggiungerà mai. Perché, mentre lui si muove, per quanto più lentamente, si sarà spostata anche la tartaruga, creando sempre un intervallo tra di loro. E se l’esperienza ci dice che così non è, e che Achille la acciufferà in quattro e quattr’otto, ciò vale per l’occhio sensibile, ma non ha valore sul piano logico, dove Achille le si avvicinerà sempre più per asintoto, senza raggiungerla mai.

CONTRO LA MOLTEPLICITÀ

Analogo procedimento Zenone adotta a favore dell’unità dell’essere parmenideo, contro la molteplicità delle cose testimoniata dai sensi. Se le cose sono molte, così argomenta, il loro numero è ad un tempo stesso finito e infinito. Finito, perché le cose non possono essere né più né meno di quante sono. Infinito, perché, se sono molte, devono essere distinte l’una dall’altra: e dunque tra due distinte cose ce ne sarà sempre un’altra che si frappone, e tra queste ce ne saranno altre ancora, e così via…

Con questi argomenti Zenone non intendeva negare validità all’esperienza ordinaria di ognuno, sapendo bene di essere anche lui provvisto di sensi, e pertanto sottoposto alla loro “tirannia”. Voleva però ribadire che l’autentica realtà sta al di là della conoscenza sensibile, e che è possibile coglierla mediante la ragione. Che sola, oltre l’inganno comune, ribadisce l’unità e l’immobilità dell’essere parmenideo. Quanto ai suoi paradossi, che ad alcuni sono sembrati speciosi e capziosi, altri li hanno ritenuti un’anticipazione del calcolo infinitesimale. D’altra parte, senza essere matematici provetti, cosa impedisce di supporre, a dispetto della portata limitata dei sensi, che spazio e tempo siano divisibili all’infinito? Forse che non conosciamo certe “realtà” inaccessibili all’esperienza diretta, solo dopo complicatissimi calcoli matematici?  Forse che il nostro udito registra gli ultrasuoni? Forse che gli occhi vedono i quark o corpi celesti distanti anni luce? Forse che il battito del cuore o di un orologio da polso ci consente di misurare un nanosecondo? Eppure siamo convinti della loro esistenza. E lo possiamo solo perché, scavalcando la sfera dell’esperienza diretta, ci fidiamo degli strumenti della ragione, e ritorniamo alla questione di fondo degli eleati su cos’è la realtà…


 

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