«ACCABADORA» DI MICHELA MURGIA E IL 27° INCONTRO DEL CAFFÈ LETTERARIO A ZURIGO (relazione di Vittorio Panicara)

La sera del 19 gennaio 2024, al Punto de encuentro di Zurigo, i membri del Caffè letterario di Zurigo si sono incontrati per discutere di «Accabadora» di Michela Murgia. Si tratta di uno dei libri più famosi della scrittrice, scomparsa recentemente. Il titolo viene dal sardo, che utilizza il verbo spagnolo acabar (finire) per indicare “colei che finisce”, ossia colei che, ovviamente in modo pietoso, mette fine alla vita di una persona moribonda. Il tema centrale del romanzo è quindi l’eutanasia, anche se il riferimento alla Sardegna degli anni Cinquanta è essenziale per lo sviluppo della trama.
«Accabadora» si inserisce in quel filone della letteratura sarda che va da Grazia Deledda a Marcello Fois e ci mostra le caratteristiche di una società rurale chiusa, sorda alle novità del progresso, in cui il controllo sociale è assai forte in nome di una moralità primordiale, che ha le sue regole ataviche. A queste rimanda l’uso delle madri naturali molto povere di affidare i figli ad altre mamme mediante una sorta di affidamento non riconosciuto dalla legge. Si tratta dei “figli dell’anima”: la loro non è una vera e propria adozione, eppure è come se fossero stati generati due volte (i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra).

Accade a Maria, bambina di sei anni, nel paese fittizio di Soreni. Vivrà con la “zia” Bonaria (una seconda madre che in tredici anni non chiamerà mai “mamma”, nonostante la rispetti profondamente) ma manterrà i contatti con la famiglia biologica. Tanto è vero che è da questa parte che verrà l’occasione per scoprire l’attività nascosta, ma nota a tutti in paese, di Bonaria Urrai, la accabadora. E la rottura fra le due donne sarà così netta da indurre Maria a emigrare a Torino, per aiutare una famiglia borghese nei lavori domestici. Alla fine del romanzo Maria tornerà a Soreni dalla “tzia” Bonaria, ormai in fin di vita a causa di un ictus. Maria dovrà rendersi conto che dare la “dolce morte” in certi casi è un dovere morale, anche se confligge con le leggi dello Stato e viene considerato un delitto. Murgia non racconta esplicitamente se Maria materialmente darà una fine pietosa a Bonaria, ma è chiaro che anche solo riconoscere la necessità di un’azione simile, come mostra di fare, costituisce agli occhi della donna morente un viatico d’affetto che può donare la serenità del perdono.

Scritto in un italiano asciutto, con uno stile che a prima vista ci ricorda un certo naturalismo, o forse il verismo, il romanzo ci restituisce soprattutto con i dialoghi la realtà umana e sociale di una società a noi lontana, e contemporaneamente la realtà di drammi che non possono non essere ancora attuali. Certo, la pregnanza del contesto socio-culturale di Soreni potrebbe influenzare il processo di lettura, concentrando l’attenzione sulla storicizzazione della vicenda e allontanandolo così dall’attualità del problema della “dolce morte” e in generale del fine vita. Ma fin dalle prime pagine si coglie negli interventi dell’io narrante il bisogno di sottolineare il dramma umano e sociale dell’eutanasia e di portare avanti la battaglia ideale per la sua legalizzazione in Italia. In questi commenti si percepisce la “presenza” dell’autrice in coincidenza con le parti più notevoli della narrazione, quasi sotto traccia scorresse il fiume delle polemiche e dell’argomentazione. La stessa struttura complessiva dell’opera, pur ammirevole sotto molti aspetti, mostra qualche forzatura nella parte finale, con l’intermezzo torinese, un po’ slegato dal resto del racconto; è evidente in questo caso il bisogno di concludere la storia con il decesso e la rivalutazione di zia Bonaria e dunque della sua attività di accabadora. Del resto, il personaggio di Maria acquista spessore nelle pagine che narrano la sua maturazione spirituale e caratteriale. Anche se l’altra co-protagonista, Bonaria, grandeggia in tutto il romanzo con la sua apparente freddezza e la sua personalità complessa di donna che combatte e sconfigge il dolore della vita nell’unica possibilità che rimane agli uomini: sopprimere la vita stessa. Il lutto non serve a mostrare il dolore, come vorrebbe Maria, le parole di Bonaria sono chiare: Il dolore è nudo, e il nero serve a coprirlo, non a farlo vedere.

La discussione tra i membri del Caffè ha toccato diversi temi, tra cui l’importanza nel romanzo di una società arcaica come quella sarda, in cui Bonaria è perfettamente integrata, e che fa a meno della cosiddetta “giustizia”. A Soreni soltanto la protezione o la colpa possono rendere inaccettabile la morte (erano questi i soli motivi che facevano penare la morte) e di questo Maria si accorge nelle drammatiche scene finali al capezzale di zia Bonaria. Un finale scomodo non solo per lei, ma anche per un lettore che non sia abituato a riflettere sul labile confine tra la vita e la morte, come invece voleva Michela Murgia.
La serata si è caratterizzata per la vivacità della discussione e per la numerosa partecipazione. Il Caffè Letterario ringrazia i presenti e per l’ospitalità lo stesso Punto de encuentro, che quest’anno compie 50 anni di vita.


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Il prossimo incontro avrà luogo il giorno 22 marzo con la presenza di Majid Capovani, che presenterà L’esercito dei soli, ed. Inknot, 2022.

6 commenti

  1. […] E quale fondamento è più assoluto, pervasivo e dominante della famiglia tradizionale, definita dai legami di sangue? Questo modello antropologico, fulcro tematico della prima parte dell’opera, viene ridefinito e trasformato da principio biologico, soggetto alle leggi della genetica, a costrutto logico: la famiglia queer. Se la famiglia tradizionale, nucleo fondativo del patriarcato, è «un sistema di poteri patogeno dove le persone sono ruoli inamovibili, le relazioni dispositivi di controllo, i corpi demanio  pubblico e i legami familiari meccanismi di responsabilizzazione», la famiglia queer nasce all’insegna di una progettualità condivisa tra figliə e genitori che si sono scelti. Si tratta del punto d’arrivo di una tematica, quella della filiazione d’anima, che unisce molta della produzione di Murgia, sì saggistica, ma anche narrativa, basti pensare a Chirù o Accabadora. […]

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