La scienza fantastica de «L’oro in bocca» di G. Bonaviri.

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Nel 2007 Bonaviri adatta alla scena teatrale un suo componimento, L’oro in bocca, ricavato dal racconto Il giovin medico e Don Chisciotte, contenuto nella raccolta L’infinito lunare. L’opera ha le movenze narrative tipiche della prosa ma può essere letta come un testo teatrale, anche se non rispetta fino in fondo i parametri tipici del genere. Essa si presenta come un monologo in cui si dispiegano i ricordi dello scrittore, affondando in un passato denso e inquietante.
Bonaviri, infatti, racconta episodi legati alla sua esperienza di medico presso l’ospedale di Frosinone tra emergenze sanitarie e squallidi ambulatori, descrivendo una umanità sofferente ed emarginata. Ma in questo scenario così terribilmente reale, irrompono, all’improvviso, due strani personaggi, Don Chisciotte e Sancho Panza e la storia finisce con l’assumere i contorni di un’allucinazione e di una fuga visionaria.
I due personaggi fantastici sono gli stessi del romanzo di Cervantes, che il padre di Bonaviri era solito “leggere ai contadini che sul tardi venivano a trovarlo nella bottega della stradalunga” .
Ed è proprio lo stesso scrittore che sottolinea l’eccezionalità dell’evento:

“Bonaviri, il medico, guardandoli con occhi scrutatori vi riconobbe i due immortali personaggi creati dallo spagnolo Cervantes che, strano e incredibile, pensò, pare fossero usciti fuori dal libro di Cervantes, andando in giro per il mondo” .

L’autore si sofferma in particolare sulle descrizioni delle operazioni mediche che, in questo caso, si riferiscono alle tecniche dell’aborto:

“Imparai anche a fare i raschiamenti per aborto. Svegliato dalla suora in piena notte, alzatomi, trovavo nella sala operatoria una giovane donna con le gambe alzate appoggiate su certi poggiapiedi di ferro smaltato infissi nel lettino dove giaceva. Suor Carla, gentile, mi illuminava dalle spalle il campo operatorio. Di fronte a me vedevo la vagina che sanguinava e la donna tutta in paura. Finchè, allargato con gli hegar il collo penetrato con un cucchiaio dai margini taglienti nel cavo dell’utero, ne tiravo fuori a pezzi, a frustoli molli e delicati il corpicino in formazione del feto che come farfalla moribonda – oh Dio – finiva di vivere in un rivoletto muco – sanguigno sieroso da cui forse, pensavo, come un lampo rapido esalava verso Dio l’anima del feto mentre la madre si lamentava. Poco prima, come vuole la tecnica, tiravo giù, con una robusta pinza, il collo dell’utero progressivamente. E la giovane, tutta illuminata da una grande lampada tenuta dalla suora, continuava a lamentarsi – oh Dio, oh Dio – appariva come una Madonna in croce” .

Infatti, Bonaviri, quando era giovane, aiutava le donne a partorire o ad abortire qualora non riuscissero a portare a termine la gravidanza. Questa è un’ immagine triste e si profila orribile alla memoria; per esaltarne il suo terribile significato, lo scrittore ricorre ad un’icona della fede cristiana, la Madonna. Ma, contrariamente ai più comuni cliché dell’iconologia cattolica, la Madonna è ritratta in croce, e così diventa simbolo della sofferenza della donna durante un tale trattamento. Se da un lato, la croce è l’espressione del dolore umano, dall’altro è l’emblema cui lo scrittore ricorre per sancire la sacralità della vita contro la tenebrosità della morte. I due personaggi fantastici, Don Chisciotte e Sancho Panza, invadono allora lo spazio narrativo – teatrale trasformandolo in un sogno, nel quale anche l’ospedale diventa un castello; ma lo spazio onirico è comunque una proiezione della realtà e, dunque, il nosocomio resta sempre il luogo dove ci si guadagna da vivere anche vedendo morire. Così la fantasia si piega alle esigenze del reale, con un metodo ormai noto al lettore delle opere dello scrittore di Mineo. Pertanto, se Bonaviri avesse le armi di Don Chisciotte, infilzerebbe i bevitori d’oro, che, nel testo, sono identificati con gli “spacciatori di droga, mafiosi, uomini della n’drangheta, politici corrotti, industriali assetati di profitti” .
Nell’opera impera sovrana la paura della morte e la discesa agli inferi, dove le anime sono “ turpi, maculose e marcescenti”; ad un certo punto, bisogna lasciare la superficie e scendere nel profondo, dove è nascosto il segreto dell’anima umana, della vita e della morte. Infatti, la curiosità spinge Don Chisciotte ad aprire una botola che “per disposizione del Ministero dell’Interno, pena l’ergastolo e la pena di morte, nessuno doveva oltrepassare”.
Ma l’ambiente sotterraneo non è come quello dantesco con torture che lacerano i dannati; Bonaviri lo identifica con la Sicilia e lo immagina pervaso da una natura viva e colorata fatta di piante e di alcuni esemplari di animali.

“E oltre Don Chisciotte si soffermò a guardare un cespo strano di rose che, pur nascendo dallo stesso cespite, avevano dei petali ora rosa, ora gialli, ora purpurei, pur facendo parte della stessa rosa. In mezzo vi volavano delle farfalle vanesse, maripose, delle farfalle macaone che pare esistano solo in Sicilia. E vide anche un albero, apparentemente di mandorlo, i cui fiori, in uno sbocciare a grappoli, erano fiori e gemme anche di albicocco, di lazzeruolo, di melograno e, piccolissimi, di fico”.

Tra le siepi un cartello porta una scritta che rievoca quella dell’inferno dantesco: “Qui comincia la terra dell’Ade dove da morti voleranno piangendo le farfalle di tutte le specie assieme alle vostre anime turpi, maculose, marcescenti”. Queste parole sono
state scritte da Procopio, lo scienziato dell’aldilà che sperimenta tecniche e strumenti per scoprire come è fatta l’anima, prendendone le misure con il manometro.
Nel sottosuolo, che potrebbe essere la raffigurazione dell’interiorità oscura della mente umana, il tempo è scandito dal suono di una campana: “Per ogni botto che io do qui a sorte, un passo fai tu verso la morte”.
La macabra frase è pronunciata dallo scienziato che vive in questo triste luogo, popolato da anime che, quando erano in vita, si erano macchiate di gravi reati. In modo particolare, spicca un senso di profonda solitudine: “Io ho avuto in omaggio due bambole senzienti e parlanti, per attutire la solitudine”.
Dagli esperimenti portati avanti dallo strano studioso, si deduce che le migliori menti sono quelle dei bambini, pure e limpide, rappresentate in contrasto con quelle scure dei “bevitori d’oro”. La purezza infantile è il tratto distintivo anche di Don Chisciotte, nella cui immagine si riconosce lo stesso Bonaviri; infatti, lo scrittore è dotato di una fantasia fanciullesca, strumento idoneo a solcare e a scavare i sentieri misteriosi dell’anima. Questa fantasia si muove con l’imprevedibilità e la casualità del sogno. Precisamente, secondo la voce narrante, soltanto i bambini sono i depositari della verità, che si perde lungo il cammino che conduce all’età adulta. Lo scrittore, proprio come un bambino, viaggia alla scoperta dell’uomo con le sue infinite sfaccettature, alla ricerca di una, seppur soggettiva, verità.
Gli studi di Procopio sono volti a dimostrare che “l’anima è imprevedibile, invisibile, pura forza, incaptabile, energia dispersa dovunque”. Dopo aver raggiunto questo scopo, lo scienziato riceverà la visita di Daimon, personificazione delle anime dei trapassati che lo condurranno in un’altra dimensione.
L’opera si evolve con una intensa ritmicità, scandita da una lingua efficacemente non canonica. La scrittura è, appunto, un formicolare di parole tanto più specifiche quanto più il loro senso corteggia l’assoluto. Infatti, il lessico ordinario e quello tecnico si alternano dando così origine ad un estro lessicale che ritma la prosa. Oltre alle parole di derivazione scientifica (“edema polmonare”), il testo è ricco di parole spagnole (“ciudad”, “luz”, “caballero”, “niňos”), di storpiature linguistiche (“soňore”, “capezza”) e di topoi classici relativi alla mitologia greca (“Demetra”, “Daimon”, “giardino delle Esperidi”). Queste figure, che appartengono al patrimonio culturale dello scrittore, valgono a rendere con maggiore efficacia lo scenario oltremondano germinato dall’immaginario bonaviriano.
Il poeta di Mineo ha scelto la forma del monologo perché è una tecnica narrativa che consiste nel registrare direttamente il flusso dei pensieri del narratore che, qui, si identifica con lo stesso scrittore. Il soliloquio è un gioco del pensiero con se stesso che si racconta nel suo divenire parola: è la rappresentazione dei pensieri, delle pulsioni e della follia dell’uomo. E quando arriverà la morte che tutto annulla, il valore della scrittura continuerà a custodire i sentimenti che resteranno immobili ed eterni vincendo le barriere del tempo.

“[…] Sotto l’altra ala, si porterà, in una cassetta, le mie poche ossa rimaste dopo la morte per seppellirle nel piano frumentoso, a Camiti, vero giardino delle Esperidi. E, fermandosi il tempo, forse resteremo tra messi e fiori, e tra le Dee, tutti noi resteremo immobili in eterno”.

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