Scuole socratiche: ultima parte

Briciola di filosofia #33

3–5 minuti

Altra importante scuola socratica fu quella fondata a Cirene (nell’attuale Libia) da Aristippo (435-366 a.C.) detto il sofista, visto che pretendeva anche lui un compenso in denaro per le lezioni, e che dovette muoversi con un certo disinvolto opportunismo, come rivela l’aneddoto riportato da Valerio Massimo sul suo incontro con Diogene di Sinope. Vedendolo cenare con un piatto di lenticchie, Aristippo gli avrebbe detto: se tu imparassi a essere ossequioso con il re, non dovresti vivere di questa robaccia. Al che il bizzarro filosofo avrebbe risposto da par suo: se tu avessi imparato a vivere di lenticchie, non dovresti leccare il re e i potenti…  Il suo insegnamento fu continuato dalla figlia Arete, autrice di numerosi libri purtroppo andati perduti. Benché oggi sia interamente sconosciuta, dovette essere una gran donna, se di lei si diceva, con giusto un pizzico di iperbole, che possedeva la bellezza di Elena, la virtù di Penelope, la penna di Aristippo, l’anima di Socrate e la lingua di Omero! Non voglio sapere cosa sarebbe stata se avesse posseduto anche il capitale di Elon Musk! Come che sia, fu lei a raccogliere e trasmettere l’eredità paterna al figlio Aristippo Metrodidatta (discepolo della madre), anche se sulla conduzione familiare si innestarono poi i contributi di Anniceride (teorico “ecologista” della teoria differenziata del piacere, per cui se quelli del corpo sono contingenti, quelli dello spirito durano per tutta la vita); Egesia (che pur ribadendo l’unico valore del piacere, dubita però che si possa realizzare); e infine Teodoro l’ateo, che, negando l’esistenza delle divinità ma anche di scarti assiomatici tra la vita e la morte, dovette indurre al suicidio qualche discepolo…

Dottrina della sensazione

Questa comune benché sfumata tentazione edonistica discende in tutti dallo stesso Aristippo, che prima di seguire Socrate aveva accolto da Protagora la concezione relativistica della conoscenza, per cui le cose sono come appaiono ai sensi, senza che l’intelletto ne possa stabilire un più profondo statuto. La realtà è quella che risulta all’esperienza sensibile, e non alla duplicazione di una sua fantomatica essenza universale. I termini di cui ci serviamo per definire il mondo sono convenzionali, ed esprimono solo le affezioni individuali di ognuno, del tutto inconfrontabili con quelle degli altri. Svalutata così ogni indagine di tipo teorico, la conoscenza non può che ridursi alle sensazioni fisiche, soggettive e incomunicabili.

Dall’eudemonia all’edonismo

Abolito così ogni fondamento teorico del sapere, occorre volgere lo sguardo soprattutto alla vita pratica e concreta dell’esperienza quotidiana. Contro l’ideale morale greco per cui la felicità coincide col bene dell’anima, ecco allora che i cirenaici spostano l’accento dall’eudemonia all’edonismo, ritenendo che il fine supremo dell’uomo consiste sì nell’acquisizione della felicità, ma che essa non dipende dai beni spirituali quanto da quelli fisici. E rompendo l’equilibrio socratico che pur senza condannare il piacere non lo considerava un bene analogo alla scienza, stimano che il principale movente del bene sia proprio il piacere. E in polemica anche con i megarici e i cinici, che svalutavano i valori corporei per quelli spirituali, insegnano che una vita virtuosa consiste proprio nel ricercare il piacere ed evitare il dolore. Precisando, con larga anticipazione del carpe diem, che esso appartiene all’istante, e non sta nel ricordo o nell’attesa.

Dominare senza essere dominati

Eppure non si tratta di un invito ad abbandonarsi sfrenatamente ad ogni forma di passione, visto che l’esagerazione, in quanto movimento violento, finisce per generare più male che bene. Il saggio invece deve dominare il piacere, e non esserne schiavo (esemplare in proposito la risposta di Aristippo a una critica sulla sua frequentazione dell’etera Laide: la posseggo, non ne sono posseduto… ). Non il piacere in sé è turpe, dunque, ma solo la sua dipendenza. Non il godimento è da condannare, ma ogni suo eccesso. Ecco allora a sorpresa rispuntare in quest’apparente sbrigliamento dei sensi il principio socratico dell’autocontrollo, insieme a uno spiraglio per cui, se la scuola cinica confluirà nello stoicismo, la corrente cirenaica sfocerà nella dottrina epicurea, che la integrerà con ben altra ricchezza di motivi.

Rottura con la polis

Su tali presupposti non c’è nemmeno da stupirsi se i cirenaici operano una rottura con l’ethos civico greco. In contrasto con Socrate che preferì filosofare nella polis fino a morirvi, i cirenaici ritengono che la partecipazione alla vita pubblica limiti la libertà dell’individuo; e operando una rottura con schemi dove i rapporti di forza si stabiliscono tra chi comanda e chi è comandato, adottano una visione cosmopolitica del convivere. Un altro scarto, questo, a conferma del loro coacervo di suggestioni che vanno dall’antropocentrismo alla negazione della conoscenza intelligibile, dallo stridore tra felicità ed eros, dal rapporto del cittadino con lo stato all’individualismo opportunistico. Tutte sollecitazioni che, insieme a molte, altre troveranno accoglienza, approfondimento e critica, nell’arcipelago di Platone, in cui incominceremo ad immergerci a partire dalla prossima briciola.


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