Più di dieci milioni di libri venduti e tradotti in almeno trenta lingue, lo scrittore italiano attualmente più letto al mondo: si tratta di Andrea Camilleri, che quest’anno avrebbe compiuto cento anni. Il grande pubblico lo conosce anche per la serie televisiva ispirata ai romanzi con il commissario Montalbano, una serie che costituisce il successo più clamoroso di tutta la storia di Rai Uno.
La chiave di lettura della biografia di Camilleri è forse quella dello scrittore poliedrico, abilissimo imprenditore di sé stesso, manager, promoter e infine organizzatore e produttore. La sua vita, interamente dedicata al mondo dello spettacolo, lo dimostra: autore, sceneggiatore e regista di teatro e di programmi culturali per la radio e la televisione, ha anche insegnato recitazione e regia, rispettivamente dapprima al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, più tardi all’Accademia Nazionale di Arte drammatica “Silvio D’Amico”. Nel frattempo, come autore letterario scrive alcuni romanzi storici, ma fama e celebrità lo premiano grazie al personaggio di Salvo Montalbano, che “nasce” nel 1994 con «La forma dell’acqua», iniziando una fortunata serie di romanzi polizieschi che dieci anni dopo verranno inclusi nella collezione dei Meridiani di Mondadori. Successo e popolarità crescono insieme nel tempo, sia per le sue prese di posizione contro Berlusconi che per la grande attenzione dei media. Nel 2018 la televisione trasmette la sua «Conversazione su Tiresia», spettacolo ripreso in un Teatro Greco di Siracusa gremito fino all’inverosimile. Nel testo Camilleri narra la storia attraverso i secoli del celebre indovino: protagonista letterario declinato in età antica e moderna da scrittori, poeti, filosofi, drammaturghi, un personaggio in cui lo scrittore si identifica. Camilleri muore a Roma un anno dopo.

La discussione al Caffè Letterario a Zurigo, molto vivace e interessata, ha cercato di comprendere le ragioni di un successo così clamoroso (il “caso Camilleri”), individuando i seguenti snodi tematici: «La forma dell’acqua» e la “sicilianità” di Montalbano; l’impasto di lingua e dialetto; contenuti e genere poliziesco.
«La forma dell’acqua», pubblicato da Sellerio nel 1994, è una sorta di prototipo di tutti i romanzi di Montalbano. Il commissario dovrà districarsi in un groviglio di malaffare e politica, di motivi familiari e personali, sventando i tentativi di depistaggio e arrivando a una verità che il commissario terrà per sé e per i lettori. Rimarranno la falsa versione ufficiale dei fatti e la violazione da parte di Montalbano dell’etica professionale: solo così lui scoprirà l’autenticità dei fatti e potrà difendere gli innocenti dalle false accuse. La frase chiave della trama si richiama al titolo: l’acqua piglia la forma che le viene data, per cui prende la forma del recipiente che la contiene. Montalbano troverà la forma vera dell’acqua, cioè della realtà sfuggente che lo attornia, vincendo in nome della giustizia la sua battaglia contro le apparenze (i falsi recipienti) volute dal comitato affaristico politico-mafioso che domina la cittadina di Vigata. In questo primo romanzo non mancano i comprimari, come Augello o Catarella, che gli faranno compagnia in tutte le sue indagini future, o situazioni-tipo, dalla sua abitazione (oggi oggetto di culto) alla lontananza di Livia, la sua donna, o alla passione per la buona cucina. Il commissario vive in un ambiente per lui ideale, da cui mai riuscirebbe a staccarsi, e di cui è parte integrante (Michele Serra ha parlato di “domesticità”). E tutto ciò rientra nell’ampia casistica dell’insularità, in questo caso di quella “sicilianità” testimoniata da scrittori come Verga o Bufalino. A questo proposito, in occasione della morte di Verga, così si espresse Pirandello: «Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natìa circondata dal mare immenso e geloso». Camilleri, inoltre, al posto della nativa Porto Empedocle ha creato Vigata, luogo geograficamente inesistente, ma secondo alcuni critici «il centro più inventato della Sicilia più tipica», una cittadina adatta a rendere le principali caratteristiche geografiche e antropologiche di molte aree realmente esistenti della Sicilia. Un mondo posticcio, dunque, che però vorrebbe essere veritiero.
Ma la vera novità, geniale o “furba” che sia, dell’inventiva di Camilleri è l’amalgama di italiano e siciliano che si riscontra in tutti i suoi romanzi, inclusi quelli senza Montalbano. Una lingua mista, che è stata studiata da molti studiosi, tra cui Tullio De Mauro. Sulla base di un italiano regionale medio, Camilleri innesta le forme dialettali siciliane che il grande pubblico, se aiutato dai chiarimenti della voce narrante, può comprendere da sé, sottolineando il tipo di situazione comunicativa, l’intimità tra i parlanti e le intenzioni dei personaggi. Ne esce un “italiano bastardo” (parole dell’autore), che caratterizza soprattutto l’eloquio del narratore e di Montalbano, ma possiede comunque una sua peculiarità, comune a tutta la narrazione, come spiegava lo stesso Camilleri: «Trovo che nelle parole, nella costruzione di una frase dialettale, ci sia un ritmo interno che per me non aveva l’equivalente nell’italiano. Il mio problema era di ritrovare quindi lo stesso ritmo del dialetto nella lingua italiana. Ci sono momenti felici in cui ho il possesso totale di questo mio modo di scrivere, ma altre volte è veramente faticoso, mentalmente faticoso, perché devo stare attento, come un bravo chimico devo ricordarmi la formula e dosare opportunamente la mia lingua, e non cerco mai la composizione più facile, ma quella per me più autentica, per evitare di banalizzare tutto». L’intento era quello di arrivare ad un impasto unitario, dove non si potesse riconoscere più il lavoro strutturale che c’era dietro. In realtà, il vigatese parlato da Camilleri narratore e dal protagonista Montalbano è una specie di siciliano parlato in italiano, forse meno espressivo rispetto a quello usato nei dialoghi delle scene più vivaci, quelle in cui compaiono i personaggi popolari, che usano in genere i dialetti reali. I lettori, così, avrebbero percepito i cambiamenti nella struttura del linguaggio narrativo a seconda dei personaggi raffigurati nella storia. O almeno questo era lo scopo principale dell’autore… Anche in questo caso alcunché di posticcio che vorrebbe offrirci un’incerta “verità”.
Se si seguono fedelmente i canoni di un genere letterario è difficile evitare una certa standardizzazione, come accade andando dietro agli stereotipi della “sicilianità”, o alla finta spontaneità di una lingua “dialettizzata”.
I contenuti delle storie di Montalbano, in effetti, mantengono un certo legame con i fatti reali, almeno a livello di cronaca nera: vi incontriamo non solo omicidi, ma anche violenze di ogni tipo, reati contro le persone e le cose ecc. E infatti Camilleri ammetteva di non avere grande inventiva: «Io non ho una possibilità di invenzione che non abbia riferimento reale. Cioè io non so inventarmi nulla dal nulla». In realtà, a dispetto di questa dichiarazione, a Camilleri va riconosciuta una certa capacità di affabulazione. Il vero problema, comunque, non è quello di stabilire se Camilleri propone situazioni vere o se si affida alla sua immaginazione: i romanzi di Montalbano non hanno un gran bisogno di invenzione o di realtà, perché ricalcano il “paradigma indiziario” (nel senso teorizzato da Carlo Ginzburg) tipico della detective story; si aggiunga, inoltre, la sequenzialità che caratterizza i “gialli” in letteratura e al cinema, che permette di attingere dalla verità dei fatti solo quel poco che può sostenere la trama di un romanzo poliziesco.
Camilleri, spinto dal successo e dalle attese del pubblico, era arrivato a sentirsi “schiavo” di Montalbano, personaggio da lui odiato, che non a caso avrebbe fatto “morire” nell’ultimo dei suoi romanzi. Così facendo deludeva i suoi lettori, perché negava loro l’abituale lieto fine consolatorio dei romanzi polizieschi e decretava la fine di un protagonista ammirato, in cui molti lettori si immedesimavano. Veniva meno un difensore della giustizia che per aiutare i deboli sapeva anche violare leggi e regolamenti, mentre l’autore denunciava i mali sociali della sua terra, che criticava nonostante la bonaria idealizzazione di Vigata.
I membri del Caffè hanno commentato in vari modi i problemi che emergono da quanto accennato. Il gradimento dei libri di Montalbano è comune a tutti, e non solo a coloro che sono originari della Sicilia. Costoro condividono la familiarità dei luoghi e dei comportamenti dei personaggi, condividono un’esperienza di vita. Ma si chiedono dove sia il confine tra la verità e la finzione, fino a che punto i romanzi di Montalbano parlino la loro stessa lingua. Ma soprattutto ci si chiede se abbiano il valore letterario che in genere si attribuisce loro. Accertata la coerenza e l’efficacia delle trame, si nutre qualche dubbio sullo scavo psicologico dei personaggi, che troppo spesso non sono altro che “tipi”, caratteri che entrano facilmente in sintonia con i gusti meno esigenti del lettore. Inoltre, è lecito chiedersi se certe scelte formali, a cominciare dal pastiche lingua-dialetto, esprimano in modo adeguato i contenuti essenziali della narrazione. Quanto ai significati del testo, non risulta agevole individuarne quell’universalità che, in presenza di una stratificazione del senso, costituisce per l’autore e per un lettore critico una meta ardua quanto ambita.
Se è lecito, tuttavia, discutere il valore letterario dei romanzi di Montalbano, è anche opportuno spiegare il loro enorme successo mediante un’immagine che sia veridica e rispondente, per quanto possibile, alle intenzioni di Camilleri. Che ci ha proposto un mondo rasserenante, fatto di piccole falsità, dalla consolazione della prevalenza del bene sul male, a un Eroe che vince le sue battaglie (quasi tutte) in difesa dei valori che reggono la comunità di Vigata. Montalbano è perciò una parte inscindibile di questo mondo fittizio, cornice necessaria e protettiva, perché nella Sicilia di Camilleri, tradizionale, identitaria e conservatrice, vigono in fondo i valori della solidarietà reciproca, che non sono posticci, loro no. Con i romanzi di Montalbano l’autore non ci offre una sua documentaristica autobiografia, ma un grande spettacolo, una fiction, un copione che esaudisce i desideri del suo pubblico, televisivo e letterario. I suoi romanzi e ancora di più i suoi film possono essere critici della società di oggi e di ieri, ma costituiscono un’illusoria consolazione, una fuga dal mondo esterno e dall’italiano colto e letterario, considerato uno strumento di potere. Lo scrittore di Porto Empedocle ci accoglie nel grande e al tempo stesso falso Spettacolo di Montalbano, dandoci il Benvenuti a Casa Montalbano. Nulla di sbagliato, naturalmente, ma l’importante sarà non perdersi nelle sue stanze, perché la Verità è da un’altra parte.


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