
Colette è stata una donna molto particolare per i tempi in cui ha vissuto tanto da sfuggire ad ogni definizione. Attrice teatrale francese e scrittrice, ha vissuto tra gli ultimi due decenni dell’800 e la prima metà del 900. Personaggio poliedrico, fu libera, emancipata e anticonformista, sfidando convenzioni sociali e restrizioni morali e contribuendo a infrangere alcuni tabù femminili già con la sua prima opera letteraria, avente il personaggio rivoluzionario di Claudine.
La carriera letteraria di Colette comincia molto presto con l’apprendistato dal marito Willy, anche lui scrittore ed editore. Lui dirige e coordina, all’interno di una sorta di officina letteraria, il lavoro di un nutrito gruppo di letterati emergenti, detti “gli schiavi”, i cui scritti dà alle stampe con il proprio nome. All’interno della cerchia di questi scrittori emergenti si annovera la stessa Colette, che però non ha vita facile con lui. Con una fama di donnaiolo e viveur, Willy è un uomo molto in vista nell’ambiente artistico e mondano della Belle Époque parigina, ama essere al centro dell’attenzione, provocare e scandalizzare.
Nel suo breve testo Il mio noviziato, Colette racconta in prima persona i primi anni della sua vita a Parigi, che coincidono proprio con il suo matrimonio. Scrive il libro nel 1936 quando è gia matura e il suo ex marito è deceduto, binomio perfetto per dare vita ad un’autobiografia che non risparmia nulla della sua orribile convivenza con il coniuge. La sua formazione di scrittrice sotto l’ala del marito è stata rigida e cinica ma il suo inferno non si limita a questo. Infatti, Colette ci racconta anche i continui tradimenti che ha dovuto subire, a causa dei quali ha vissuto un periodo buio di depressione. La sua scrittura è passionale, di un’intensità travolgente, proprio come la sua vita.
Ne Il mio noviziato l’autrice ci parla anche dei personaggi famosi con cui entrò in contatto grazie al mondano ed egocentrico marito, e dell’amicizia con Mme Otero. Ma ciò che appare preponderante nella narrazione è la sudditanza psicologica all’uomo che ha sposato per tredici lunghi anni, dopo i quali cominciò a maturare l’idea di affrancarsi dalle sue grinfie.
Il racconto è una concentrazione intensa ed espressiva delle vicende di Colette che si concludono con una sorta di rinascita, ossia con il superamento di quel brutto periodo e con la conquista dell’indipendenza e dell’autonomia. Un risorgimento psicologico, questo, che viene sancito dalle seguenti parole a chiusa del libro:
“Così mi abituai, nel piccolo pianterreno, a pensare che ero giunta al luogo dove bisognava che tutta la mia vita mutasse sapore, come muta d’aroma il vino secondo il versante che nutre la pianta”.

