Alla scoperta della poesia rumena

9788899823085Quando si parla di letteratura europea, pochi, tra gli addetti ai lavori e non, ricordano che anche la Romania ha alle spalle un’importante storia letteraria, sia in prosa che in poesia. Farci conoscere il meglio di questa produzione è lo scopo della silloge curata dall’italianista Geo Vasile: Il fior fiore della poesia rumena. Si tratta di un’antologia che copre il periodo che va da Eminescu, forse uno dei pochi autori che in fatto di notorietà, per la sua indiscussa grandezza, ha varcato i confini nazionali, ai nostri giorni.

La raccolta ha il pregio di essere preceduta da un saggio introduttivo che inquadra in maniera molto accurata lo sfondo storico e culturale del periodo prescelto. Nel farlo, Vasile sottolinea quanto gli autori rumeni siano rimasti intellettualmente legati all’Europa, e dimostra come ogni poeta si sia nutrito di grandi scrittori della letteratura europea, come Musil o Joyce. Dopodiché, la raccolta presenta testi poetici rumeni, affiancati dalla traduzione italiana in versi fatta dallo stesso Vasile, che cerca di restituire, per quanto possibile in una traduzione, il sapore dell’originale. Ed è innegabile che la lettura si rivela intrigante ed emozionante, grazie all’amorevole cura con cui lo studioso tratta i suoi poeti, corredandoli di un commento accurato senza essere troppo puntiglioso.

Sarebbe troppo lungo citare ogni poeta della raccolta in questa breve recensione, fatta da una lettrice italiana, che non ha certo potuto cogliere appieno le sfumature di una lingua poetica lontana; per questo intenderei presentare qui un breve excursus trasversale, non tanto dei poeti, quanto dei temi che la poesia rumena propone ai noi lettori grazie a questa sapiente raccolta.

L’atmosfera che si può cogliere fin dalle prime pagine è quella di un Decadetismo di matrice europea, con echi dell’immancabile male di vivere di montaliana memoria, che ritorna nei versi toccanti di Ion Vinea, quando scrive:

È tutta la vita che fa male così

ogni giorno attraverso  steppe distese

tra alberi non giunti al cielo,

tra acque che seguono il loro letto,

tra branchi che si pascono la sorte sul campo

e tra fronde barcollanti al venti

Immagini attraverso cui traspare l’atmosfera di angoscia e di mancanza di illusioni, non solo nell’uomo, ma nella natura stessa, con gli alberi che non riescono più a protendere i rami verso il cielo, perché le fronde sono ormai «barcollanti». Non ci sono più sogni o speranze e tutto il mondo è ormai assopito in un grigiore che permette la sopravvivenza, ma non la vita “autentica”:

La voce grida nel deserto:

i sogni dove sono? Dove le fonti? Dove sei, mamma?

Il pugno colpisce invano la pietra.

Chi il colpevole? Chi mi divide?

Nessuno mi sente, nessuno mi chiama.

Le speranze, anche quelle dei più piccoli, hanno abbandonato il mondo ormai deserto, in cui la voce dell’uomo si perde «attraverso le steppe distese» di Vinea. Sì, poiché a braccetto con questa angoscia di esistere troviamo anche il senso di incomunicabilità a cui l’uomo, emarginato dalla società, è inevitabilmente condannato.

La parola, piegata su se stessa e priva di qualsiasi potere di comunicazione o anche solo di significazione, è la protagonista di Come se, di Valerio Armenau. In quest’opera l’io lirico disegna una parabola che lo porta ad accomunarsi ad una belva:

Come se

disegnassi una finestra

sull’involucro di un’eco

e dentro di me si mostrasse

la bocca di colui che grida.

Come se la mia dimora fosse

nelle branchie di una parola

da cui esco sempre più straziato

[…]

Come se la mia dimora

fosse addirittura un urlo,

condannato a vivere sempre

come una belva

Tutti i termini che appartengono alla sfera semantica della parola e della comunicazione sono collocati spazialmente in luoghi inarrivabili. Così troviamo che l’unico modo per sentire la voce di un altro essere umano è sull’onda di un’eco: quale immagine più potente e al contempo più fragile?  Poiché la bocca di colui che grida, cioè di colui che l’io vorrebbe ascoltare, è chiusa proprio nel suo stesso essere, ed è pertanto inaudibile; poiché si sa che ascoltare noi stessi è forse la cosa più difficile che dobbiamo imparare lungo l’arco della nostra esistenza. E ci si strazia nel vano tentativo di aspirare a captare un briciolo di quella parola, imprigionata appunto come una belva nel suo stesso urlo. È come se questa poesia volesse denunciare l’incapacità di ascoltare ed esprimersi, e cogliere quasi un ultimo addio al potere della parola degli uomini costretti ad essere prede dei loro stessi urli, mai liberatori.

In questa raccolta poetica, dove la parola e la comunicabilità giocano un ruolo pregnante, come potevano mancare le riflessioni sulla figura del poeta, per cui la lingua è come la creta per lo scultore? E se il poeta non può, come gli altri esseri umani, comunicare, anche la poesia, sua ancella, ne soffre. Così scrive Nichita Stănescu:

 

La poesia è l’occhio che piange.

È la spalla che piange,

l’occhio della spalla che piange.

È la mano che piange,

l’occhio della mano che piange.

È il piede che piange,

l’occhio del calcagno che piange.

Oh, voi amici,

la poesia  non è lacrima

è il pianto stesso,

è il pianto di un occhio immaginario,

[…]

La ripetizione del verbo piangere si propone come la simulazione di un pianto, come se ad ogni verso potessimo sentire scendere la goccia di una lacrima. Si tratta di una poesia fisicamente sofferente che propone un dolore che il poeta suole sottolineare come non «immaginario», per scongiurare il pericolo che quel che scrive sia visto solo come frutto di un’arte retorica. Invece il dolore è reale e il pianto si trasforma in poesia. E se questo non basta a intendere la sofferenza del poeta si ricordi una poesia, espressivamente chiamata Autoritratto, dello stesso autore, che così si descrive:

Io altro non sono che

una macchia di sangue

che parla

In questo tentativo di un’entità condannata a sparire si colloca tutta l’essenza del poeta nel mondo di oggi e forse anche di ieri. Perché, come si diceva, le speranze e i sogni sono smarriti e chi se ne ciba è pronto anch’egli all’estinzione. Lezione, questa, restituita anche da Elena Vlădăreanu, nella sua lirica Romania:

ecco la mia Romania:

il suo futuro iniziò

insieme alle sue morti insigni

chi muore oggi?

il poeta.

Chi viene ucciso oggi?

Il bambino.

Davanti al mondo inaridito d’oggi, sono i bambini e i poeti, unici angeli protettori dell’infanzia e dell’illusione, ad essere uccisi.

Oltre a quanto detto finora c’è un altro strumento creativo e potente sul quale la parola poetica può fare affidamento: l’ironia. L’ironia che denuncia la società odierna troppo legata al benessere materiale, e che perciò, timorosa di guardare oltre il palazzo di cristallo che si è costruita, chiude gli occhi davanti alle tragedie del mondo. Ironia che traspare nei versi di Daniela Șontică, quando scrive:

Sono violinista sul tetto

e dei tetti del mondo voglio narrare.

[…]

però voi non mi conoscete,

i vostri orologi sincronizzano

un altro tempo.

Mi dispiace, ma

quando scrivete poesia

frutto della grassa noia del benessere,

dalle vostre mani sinistre spuntano

escrescenze che simulano carezze,

[…]

Con queste parole la poetessa crea un chiaro contrasto tra una poesia vera, fatta dai tetti delle case, in mezzo alla gente che soffre, e la poesia falsa di chi vive in un benessere che annoia. Il mostro viene generato, pieno di protuberanze orride. E la poesia, quella falsa e lussuosa, la poesia che dovrebbe offrire carezze ai lettori martoriati dalla realtà, non è altro che un incubo sinistro, come sinistre sono le mani che l’hanno scritta.

Ancora ironica, o addirittura sarcastica, è la voce di un altro io lirico che non vuole che la poesia ceda il suo segreto all’avanzare della tecnica spietata che vorrebbe appiattire l’uomo sotto la lente di uno studio anatomico. Si tratta di Irini Nechit, che nel suo Poesia, scrive:

Se durante l’autopsia

potrete penetrare con un flash il mio cervello,

togliete da lì tutti i miei versi

e metterete il flash sul davanzale della finestra

al sole.

Così che possa bruciarsi, ci verrebbe da aggiungere. Perché la speranza è che nulla riesca a sottrarre la formula segreta che ci rende animali creativi, poeti. L’ironia amara lascia il posto a quella più ludica di Octavian Soviany, che nel suo Gigolo ci rimanda l’immagine forse un po’ démodé di un dandy di altri tempi, imprigionato nel lusso dell’apparenza:

 

Anche io sono un gigolo

che offre delizie intellettuali

alle donne che non hanno mai avuto

delizie intellettuali.

[…]

Alle volte ballo tip-tap

sulla tastiera del portatile,

imitando Fred Astaire.

[…]

Mi piace parlare da solo

perché mi piace conversare

con persone intelligenti.

Con una verve comica non di poco conto la poesia riesce a strapparci un sorriso, ma anche ad illuminarci su una cultura ormai fatta di chiacchiere da salotto che serve solo a rialzare le guanciotte depresse delle ragazzine impomatate di buona società. Così l’intellettuale e il poeta finiscono per diventare pagliacci esposti al pubblico ludibrio.

Con questa breve ma spero rappresentativa carrellata, ho tentato appena di suggerire la varietà di temi esposti in questa raccolta poetica. Sono poesie accessibili al pubblico italiano, non solo grazie alla lucida traduzione, ma anche perché sono in grado di calare il lettore in quella dimensione crepuscolare e decadentista dell’inizio del ventesimo secolo.

La raccolta è davvero ben curata, e ne consiglio vivamente la lettura a coloro che vogliono scoprire una letteratura ingiustamente trascurata . Si tratta di una poesia in grado di far riflettere chi legge sulle devianze della società e della cultura del nostro tempo, puntando l’attenzione su molti altri temi, in aggiunta a quelli qui brevemente esposti, e che merita assolutamente di essere conosciuta oltre i suoi confini nazionali!

3 commenti

  1. Un articolo davvero interessante! Come credo molti altri lettori, non avevo mai sentito parlare di questi poeti rumeni. Davvero suggestivi i versi di Nichita Stănescu, danno proprio la sensazione quasi realistica di un pianto… Hai saputo spiegarla benissimo, così come le altre poesie, e senza dubbio mi hai invogliata ad aprofondire l’argomento.

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