Chi era Margaret Mitchell, l’autrice di «Via col Vento» che divise il pubblico americano?

Sono quattro le voci letterarie protagoniste del nostro nuovo GdL «4 righe con la storia» a 3 delle quali abbiamo dedicato articoli relativi al loro profilo biografico: Irène Némirovsky (IRÈNE NÉMIROVSKY: miseria e splendore di una scrittrice), Boris Pasternak (Chi era Boris Pasternak, lo scrittore costretto a rifiutare il Nobel?), Roberto Pazzi (IL DESTINO DI ROBERTO PAZZI (di Vittorio Panicara).). Protagonista di quest’ultimo contributo è Margaret Mitchell: una figura che rimane ancora oggi, come del resto lo è il suo romanzo, divisiva, sfuggente, personificazione plastica delle contraddizioni di un Sud forte, ma irrimediabilmente legato ad una tradizione di soprusi e pregiudizi.

Margaret Mitchell nacque nel 1900 e morì nel 1949 ad Atlanta (Georgia), palcoscenico prediletto della guerra civile americana, e, come tale, descritta e vissuta a più riprese in Via col vento. Il retaggio storico di questa città giocò un ruolo fondamentale nella genesi dell’opera, non solo nella sua dimensione spaziale, ma attraverso i ricordi dei veterani, tra i quali c’era lo stesso nonno paterno di una giovanissima Margaret, entusiasta di ascoltare per ore gli aneddoti bellici. Come dirà lei stessa nel corso di un’intervista, “senza i ricordi di questi uomini, non avrei mai potuto scrivere il mio romanzo”.

Se è a questi soldati che si deve la fascinazione per la guerra di Mitchell, furono invece due figure femminili a plasmarne il carattere forte e indipendente, e le cui personalità scisse e rifuse andarono a caratterizzare personagge memorabili della letteratura americana. Tra queste spicca la madre Maybelle Mitchell, guardata con scetticismo dall’alta società borghese per il determinato e attivo sostegno a favore del diritto di voto per le donne (che non vedrà mai realizzato). Lottò con convinzione affinché anche alla popolazione femminile fosse garantito l’accesso all’istruzione anche superiore, considerata quale unico strumento per affrontare le intemperie della vita: una lezione di sopravvivenza più volte ripetuta alla figlia. Quest’ultima non fu mai una brillante scolara. Odiò il suo primo giorno di scuola, dal quale tornò lamentandosi per la noiosa aritmetica e per l’obbligo impostole di indossare un vestito (al posto dei pantaloni, da sempre prediletti). Anziché sgridarla, Maybelle la portò a passeggio per Jonesboro Road. Qui, nel mostrarle la ricchezza delle tenute alto-borghesi, tanto sontuose rispetto alle vecchie case antistanti le piantagioni abbandonate, le spiegò che a contraddistinguere gli abitanti delle prime era una sola cosa: l’istruzione, grazie alla quale avevano superato le incertezze dell’esistenza. Margaret comprese la lezione e tornò a scuola senza ulteriori capricci. Fu da questa scena fondamentale che iniziò a fiorire in lei quel senso di coraggio, iniziativa e sopravvivenza, definito con un termine nato proprio durante la guerra civile: gumption. Personificazione di tale anelito fu la nonna materna, Annie Stephens: una donna irrequieta, facile all’ira, con cui la nipote non ebbe mai un rapporto idilliaco, ma dalla quale ascoltò le tante storie di resilienza, non dei soldati al fronte, ma delle donne del Sud, divenute allora, per la prima volta, padrone di piantagioni e del loro stesso destino. Al di là di questə peronsaggə, alcuni eventi fondamentali hanno segnato la vita di Mitchell, e di essi rimane evidente eco in alcuni episodi di Via col vento.

Uno di questi è la prematura scomparsa del promesso sposo Clifford Henry, soldato newyorkese, ucciso in Francia durante la Prima Guerra Mondiale, proprio come sarebbe avvenuto con il primo marito di Rossella O’Hara. Margaret avrebbe portato sempre con sé il ricordo della brutalità con cui il loro legame era stato reciso, e a ogni anniversario della morte di Clifford continuò a mandare alla famiglia Henry un mazzo di fiori. 

Non fu questo l’unico dramma cui fu costretta a far fronte in giovane età. Era da poco entrata, nel ’18, in un college del Massachusetts, in un’epoca in cui l’istruzione superiore era riservata per lo più ai maschi, quando la madre si ammalò. Messasi in viaggio appena raggiunta dalla notizia, non arrivò tuttavia in tempo per l’ultimo saluto: sorte che sarebbe toccata anche a Rossella una volta di ritorno a Tara. Ad Atlanta Margaret trovò una lettera in cui Maybelle la supplicava di non abbandonare l’istruzione per dedicarsi al padre; “non lasciare che l’esistenza di nessuno interferisca con la tua”, aveva scritto, dando ancora una volta prova di un carattere determinato. La figlia però non seguì il suo consiglio. Come molte giovani donne, negli anni tra le due guerre, scoprì e diede libero sfogo ad un nuovo anelito all’indipendenza, di cui è emblema il famoso episodio della danza apache. Scioccando la società più o meno giovane di Atlanta, Mitchell si prestò infatti ad un ballo scandaloso, sulle note di una melodia erotica francese, similmente a quanto avrebbe fatto Rossella, ancora in abito da lutto, tra le braccia di Rhett Butler. Padrona del proprio destino, è in quegli anni che prese a lavorare all’Atlanta Journal, per il quale scrisse ben 129 articoli, dedicandosi ai temi più disparati. Ma la libertà durò poco, troncata dal tremendo matrimonio del ’22 con Berrian Upshaw, preferito ad un altro contendente di nome John Marsh. L’uomo si dimostrò presto violento, picchiandola con tal forza da costringerla in ospedale per due settimane in seguito alle quali, nel ’23, Mitchell firmò le carte per il divorzio. Fu proprio John Marsh a lenire le ferite emotive di quel dramma, dimostrandosi fin da subito compagno fedele, capace di comprendere il carattere ribelle di Margaret, per assecondare il quale i due convolarono a nozze nel ’25 con cerimonia non cattolica, e dopo il quale il campanello della loro casa continuò tuttavia a riportarne entrambi i cognomi. Il sostegno di Marsh giocò un ruolo fondamentale: fu proprio lui infatti ad incoraggiarla a mettere mano al romanzo, dopo che una brutta caduta da cavallo l’aveva costretta a letto. Seguendo i suoi consigli, Mitchell lasciò il giornale nel ’26 per dedicarsi unicamente alla scrittura, accompagnata in questo viaggio da un uomo pronto ad essere per lei tutto ciò di cui aveva bisogno: editor, correttore di bozze, consulente emotivo. 

Ci vollero 10 anni perché il romanzo vedesse la luce il 30 giugno del 1936. A frenare i lavori fu l’attenzione quasi spasmodica con cui Mitchell ricercò fonti e testimonianze, verificando ogni dettaglio storico, andando ben oltre i soli aneddoti ascoltati da bambina. Alla sua pubblicazione Via col vento  ricosse un successo strepitoso, tanto che 10 giorni dopo furono venduti i diritti per la trasposizione cinematografica; nel 1937 vinse il Premio Pulitzer. Tra le ragioni di tal successo va senza dubbio menzionata la congiuntura storica: nel periodo della Depressione moltə si identificarono con le difficoltà vissute dalla protagonista del romanzo, e con la sua capacità di sopravvivenza. Il suo ottimismo fu in grado di dare speranza ai lettori e alle lettrici di quelle 1037 pagine, che offrirono loro al contempo un mondo parallelo nel quale trovare rifugio dalla realtà. 

Se parte del pubblico guardò con favore all’interessante rappresentazione di una donna a tutto tondo, capace di direzionare il proprio destino, un’altra denunciò invece quello che potremmo definire il convitato di pietra dell’opera, ovvero la raffigurazione stereotipata e offensiva della popolazione afro-americana. Di ciò avremo modo di discutere ampiamente nel gruppo Telegram e durante la diretta, per capire quanto tutto ciò sia da imputare alla fedele riproduzione del tempo del romanzo, e quanto sia invece farina della tradizione di cui era portavoce l’autrice (che al college aveva chiesto di cambiare corso poiché rifiutava di condividere l’aula con una studentessa nera). L’accusa di razzismo è una problematica di cui per altro lo stesso regista, David O. Selznick, si accorse fin da subito, procedendo a tagliare le scene con le riunioni del KuKluxKlan. Emblematica è anche la ricezione che il testo ebbe nella Germania nazista, dove divenne un bestseller.

La celebrità del romanzo travolse a tal punto Mitchell da portarla a rinunciare per sempre alla scrittura. Di lei ci rimane davvero un profilo contraddittorio, adombrato da episodi di dubbio gusto, ma al contempo illuminato da una sete di vita e di libertà che le permisero di creare uno dei volti più amati della letteratura mondiale: quello passionale e determinato di Rossella O’Hara. 


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3 commenti

  1. […] Venerdì è invece apparso l’ultimo profilo biografico degli autori e delle autrici sceltə per il nostro GdL «4 righe con la storia». L’articolo si occupa di Margaret Mitchell, il cui Via col vento leggeremo come quarta tappa tra settembre e dicembre 2023. Mi ha fatto molto piacere occuparmi di questa autrice! Volete sapere quali aspetti della sua biografia mi hanno interessato di più, basta cliccare su Chi era Margaret Mitchell, l’autrice di «Via col Vento» che divise il pubblico americano? […]

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