«L’unica persona al mondo con cui mi sia mai sentita al sicuro»: Oh William! di Elizabeth Strout 

Lessi Oh William! tutto d’un fiato, il settembre scorso. Poco prima di imbarcarmi sulla tratta Roma-Zurigo, ero andata in libreria determinata a comprare Spatriati (da poco proemiato), che però avrei letto solo molti mesi dopo. Uscendo dalla libreria dell’aeroporto, stringevo invece tra le dita, insieme al thermos di caffè, al portafoglio ancora aperto e al telefono mai carico, Oh William! di Elizabeth Strout (Einaudi, 2022). 

Scrittrice americana nata nel 1956 a Portland (Maine), Strout viene scoperta in Italia da Fazi, presso cui esce la raccolta di racconti Olive Kitteridge, che le era già valso il premio Pulitzer nel 2009, e avrebbe ancora ricevuto il Bancarella 2010 e il Mondello 2012. A imporla nella narrativa contemporanea è però il suo personaggio Lucy Barton, protagonista di una serie di ormai 4 titoli apparsa per Einaudi, e di cui Oh William! è la terza pubblicazione. 

Ciononostante, il volume può essere efficacemente goduto anche nella sua autonomia, grazie ai flashback con cui il lettore occasionale viene aggiornato da Lucy, narratrice in prima persona. Si tratta di una protagonista dal profilo non comune: relativamente anziana (63 anni), sposata due volte, con un divorzio alle spalle (dopo il quale è riuscita a diventare una scrittrice di successo) e due figlie adulte. La sua stabilità emotiva, faticosamente guadagnata in questa seconda fase della vita, viene intaccata da due eventi che innescano la trama: da un lato la notizia della morte del secondo marito, David Abramson, e, dall’altro, l’incontro fortuito con il primo, William Gerhardt (da cui il titolo). 

Quest’ultimo si presenta fin da subito, e attraverso le parole della narratrice, come un personaggio enigmatico, e il tentativo di capire la sua personalità terrà incollato il lettore, così come vale per lo sconcertante rapporto che i due intrattengono. Ma prima occorre un riassunto dei fatti. Proprio come accade all’esistenza di Lucy, anche quella di William è perturbata da avvenimenti che lo portano a ridiscutere se stesso e il passato. E non parlo tanto della fine del suo terzo matrimonio, che la moglie molto più giovane tronca, abbandonandolo all’improvviso con bambina piccola al seguito, no. Il vero sconvolgimento avviene piuttosto quando William scopre di avere una sorellastra, tenuta nascosta dalla madre Catherine Cole, e frutto di un precedente matrimonio con un produttore di patate. Abbandonata la figlia per cercare fortuna altrove, Catherine si era poi sposata con il padre di William, prigioniero di guerra che aveva combattuto con i tedeschi nella seconda guerra mondiale. 

Desideroso di conoscere la sorella Lois, William convince Lucy, a sua volta ansiosa di distrarsi dal dolore del lutto, a seguirlo in Maine, dove è riuscito a rintracciarla. Nel momento cruciale, però,  non trova la forza di bussare alla sua porta, e lascia andare avanti in vece sua l’ex-moglie. Messa al corrente da quest’ultima della volontà del fratellastro di incontrarla, Lois si rifiuta di accoglierlo, e i due tornano a New York, dove William si isola dal mondo per rielaborare quanto scoperto del suo passato, e per sanare la ferita provocata dal rifiuto. 

Il viaggio non manca di avere un forte impatto anche sulla protagonista: le lande del Maine riportano a galla i ricordi della crudele infanzia trascorsa nella povertà, e distorta dai maltrattamenti fisici e mentali infertile dalla madre. È proprio ricordando tali eventi che in Lucy riemergono prepotenti sentimenti di solitudine, rifiuto e paura, che la portano a rivalutare il rapporto con l’ex-marito.

Riavvicinatisi in un momento di vulnerabilità, dalle origini diverse, i due personaggi nel ritrovarsi riattivano un legame di intimità emotiva che è a tutti gli effetti il vero protagonista. È quanto di più lontano ci aspetteremmo di trovare nella relazione tra due divorziati, di solito a stento civili, come testimoniano i litigi tra William con l’attuale ex-moglie, che fa da controcanto alla vicenda principale. Con Lucy le cose vanno diversamente, e anzi è proprio da William che lei corre a rifugiarsi, una volta venuta a conoscenza della malattia terminale del pur amato David. 

«William è l’unica persona al mondo con cui mi sia mai sentita al sicuro. La sola vera casa che ho avuto […]. Nel corso degli anni successivi gli raccontai di più; è l’unica persona che abbia mai saputo tutto quello che succedeva nella casa piccolissima e nel garage in cui ero cresciuta».

A lui solo Lucy trova la forza di raccontare il passato fatto di abusi, e le paure evocate di notte da quelle scene. Solo con lui si sente di piangere e di mettere a nudo il proprio sentire come mai si era permessa di fare con nessuno: 

«Per me piangere è stato spesso difficile. Voglio dire che piangere piango, ma la cosa mi mette molta paura. William sapeva come comportarsi; quando piangevo a dirotto non si spaventava come credo che avrebbe potuto fare David».

Il terrore del passato che riemerge per rimettere in discussione l’identità dell’individuo è centrale del romanzo, strettamente legato al tema della solitudine: «La gente si sente sola, secondo me. C’è un mucchio di gente che non può dire a chi conosce bene quello che sente di voler dire». Lucy è ossessionata dal disturbo che il suo dolore può generare negli altri, e così lo cela, finendo per sentirsi invisibile anche agli occhi di chi la ama. In questo incarna una debolezza e una vulnerabilità tipica del sentire contemporaneo e di una società che ci richiede un costante e incrollabile sorriso. 

Il malessere della protagonista è (stato) solo in parte esorcizzato con il mito costruito intorno a William, della cui personalità il lettore può farsi un’idea solamente attraverso le parole della narratrice. Fin dalle prime battute è evidente che William non è un uomo perfetto e comprensivo, come il legame appena descritto potrebbe indurci a credere. Al contrario, stiamo parlando di un uomo tendenzialmente egoista, arido, eccessivamente sincero (come quando, guardando la figlia appena nata, confida a Lucy che avrebbe preferito un maschio), pronto a nascondere dietro costruite moine di gentilezza un indifferente distacco emotivo. L’intimità malsana che si crea tra i due ha modo di fiorire proprio perché William non batte ciglio, non si spaventa dei traumi narrati dall’allora moglie, che pertanto si sente autorizzata a raccontargli i più terribili tormenti. Eppure è come urlare a un muro che non si scalfisce, ma nemmeno partecipa al tuo dolore.  

Procedendo nella narrazione, cade il velo di Maya, e si scopre che ad accomunarli è anche la paura della solitudine: William, realizza Lucy, l’aveva sposata non per la persona che era, ma per non restare solo. La distanza del tempo le consente di vedere l’uomo per ciò che è: un essere mediocre, il cui distacco affettivo le aveva permesso di esorcizzare le proprie paure. Tale disvelamento, che porta allo sgretolarsi dell’immagine mitica dell’ex-marito, avviene per gradi. Si parte da una descrizione oggettiva del suo carattere che, come detto sopra, non è mai lusinghiera, e si procede con il racconto del divorzio (in seguito al quale William si sposa con l’amante conosciuta 6 anni prima) e diventa impossibile da ignorare durante il viaggio nel Maine, quando la debolezza della sua personalità è resa dalla paura di suonare alla porta della sorrelastra. 

Alla fine, la rivelazione:

«Solo molti anni dopo mi resi conto di aver trovato conforto in un mito […]. Non ci potevo credere; è stato come essere travolti da un'ondata immensa. William era come la luce dentro al museo, ma io avevo vissuto la vita intera pensando che avesse un valore».

In realtà la grandezza, il valore, di William non era altro che una proiezione di Lucy. Di tutto ciò è spia l’onnipresente esclamazione Oh William! che dà il titolo al libro, e dietro il cui ricorrere si celano toni, e quindi sentimenti diversi: frustrazione, disappunto, complicità, accondiscendenza, comprensione.

Molto ci sarebbe ancora da dire sui temi affrontati dal romanzo, ma vorrei spendere qualche parola sullo stile, in cui riecheggiano formule tipiche della contemporaneità (penso a Sally Rooney o Bernardine Evaristo). Tra queste spicca certamente la preferenza per la paratassi e l’uso disinvolto della punteggiatura, che, seppur presente, è usata in maniera espressionistica per accentuare stati d’animo ed esaltazioni di diversa natura. Particolarmente coinvolgente è il continuo dialogo che la narratrice intrattiene con il lettore, dal quale vuole essere capita, sebbene talvolta (forse un po’ troppe volte) confessi di non sapere come descrivere la profondità di certe situazioni, dando così voce metaletteraria alla stessa difficoltà comunicativa della protagonista. È un artificio retorico, ovviamente, dacché Strout nasconde dietro ad uno stile scorrevole e semplice l’apprezzabile analisi psicologica di un legame difficile da etichettare e perciò interessante

Sono sempre stata scettica, lo sapete, davanti alla narrativa contemporanea; eppure Oh William! è riuscito nella sua brevità a sollevare in me diversi interrogativi, solo in parte qui menzionati. Con la sua insistenza sulla solitudine, sull’impossibilità di scaricare dal peso del passato, e sul dolore causato a chi amiamo, è un libro che mi sento di consigliarvi, anche per la rappresentazione inusuale di una protagonista sola, ferita, vulnerabile, che tanto ha da raccontare della natura umana.  

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9 commenti

  1. […] Venerdì ho invece pubblicato la recensione di un’opera di narrativa contemporanea. Si tratta di Oh William! di Elizabeth Strout, terzo episodio della serie di Lucy Barton, che però, come argomento nell’articolo, può essere agevolmente letto anche senza conoscere i precedenti. Sono tanti i temi affrontati dal romanzo in questione: ho provato a discuterli anche alla luce dello stile proposto dalla scrittrice. Se volete, potete recuperare la recensione qui: «L’unica persona al mondo con cui mi sia mai sentita al sicuro»: Oh William! di Elizabeth Strout… […]

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