Quello che le recensioni non dicono: «Tre ciotole» di Michela Murgia

Sin da prima della sua pubblicazione, Tre ciotole: rituali per un anno di crisi ha destato non poco scalpore, grazie soprattutto all’intervista con cui l’autrice, Michela Murgia, ne ha annunciato l’uscita, dando insieme notizia dello stato terminale della sua malattia.  

Tuttavia, dopo una rapida ricerca su internet, scoprirete che raramente le recensioni che si occupano dell’opera ne analizzano davvero il contenuto, e lo stile, ma si soffermano piuttosto su nozioni di contorno su Murgia stessa. Un discorso che invece tratti Tre ciotole indipendentemente dal contesto in cui è emerso è necessario per sfatare il mito che lo descrive come un mero resoconto autobiografico.

Si tratta piuttosto di un’opera narrativa: una raccolta di 13 racconti, narati sia in terza persona che in prima, secondo una scelta funzionale alla problematica toccata. A unirli è in generale il tema della crisi, e della reazione con cui l’individuo affronta la malattia, la recente pandemia, la fine di un amore, la richiesta d’aiuto di un amico. Sarebbe riduttivo confondere la varietà di situazioni e atmosfere incontrate con la mera trasposizione autobiografica, anche perché il male fisico è centrale in soli due racconti. Il primo ripercorre il colloquio con il medico portatore della diagnosi terminale: dall’occasione personale la voce narrante allarga il discorso al problema del tabù dietro cui si nascondono questi morbi. La protagonista lo aggira inventando un nome in coreano, lingua da cui è attratta, data la passione per il gruppo pop dei BTS. Siamo in tempo di COVID e notevole è anche la riflessione sull’umanità rubata dall’uso della mascherina che nasconde alla paziente il volto del medico.

Il racconto successivo dà il titolo alla raccolta: è basando la propria alimentazione sul contenuto minimo di quelle tre ciotole che la giovane protagonista, da poco lasciata dal compagno, riesce ad arginare la nausea nervosa provocata dalla separazione. Colpisce l’accuratezza psicologia con cui si descrivono i connotati quasi erotici dei conati, il cui arrivo scandisce in fasi regolari una vita che prima le pareva in balia del caso. Anziché combatterli, la donna riprende il controllo accogliendoli. La figura dell’ex, uomo insensibile e ingrato, ne esce ovviamente malissimo. 

Sarà lui il protagonista della narrazione successiva, in cui si ha un primo assaggio del meccanismo di ribaltamento della prospettiva di cui più volte si farà uso nel libro. E allora, come non immedesimarsi nella solitudine di chi poche pagine prima era il nemico?

«Aveva evitato con cura di commiserarsi davanti a testimoni, perché il lutto d'amore trova comprensione solo per un tempo preciso, superato il quale anche il complice più partecipe diventa un giudice. Non avrebbe goduto nemmeno delle attenuanti della vittima, dato che era stato lui a lasciarla» 

Incapace di frequentare i luoghi della ex coppia, è grazie a un amico che riesce a ricostruirsi una geografia emotiva fatta di strade, pronte ormai a tacere del passato un tempo condiviso con la giovane compagna. 

In altri casi sono i temi più cari alla figura pubblica di Murgia a emergere, tra cui la legalizzazione della GPA (gestazione per altrə, e non solo per la comunità LGBTQIA+). 

«Il suo sorriso di sufficienza mi fece sentire nudo, come se l'eufemismo che avevo usato avesse svelato, invece che nasconderla, la disperazione degli anni che avevamo trascorso ad aspettare una gravidanza prima difficile, poi impossibile e infine surrogata. Ero tra i fortunati che non si erano dovuti indebitare per diventare genitore all'estero, ma era chiaro che quella donna, se avesse saputo, non mi avrebbe considerato comunque padre abbastanza»

A parlare è un professore liceale eterosessuale, straziato da una paternità destinata ad arrivare solo grazie all’aiuto di una carissima amica, pronta a fare da gestante per la coppia. È del resto lei la protagonista del racconto successivo, dove si affianca, a questa problematica, l’appello a disgiungere femminilità e maternità. Con coraggio e attenzione psicologica si racconta l’indicibile fastidio provato da una donna verso i bambini. Potente è qui l’uso della prima persona, capace di intrappolare il lettore o la lettrice in un’immedesimazione che mai ammetterebbe alla luce del giorno. È evidente qui la critica al finalismo riproduttivo

«Il medico mi ha detto: è fortunata, le isteroscopie indicano un ottimo stato sia della cavità uterina sia del canale cervicale e anche la parete dell'endometrio rientra nei migliori parametri. Credo fossero anche dei complimenti, a loro modo, ma non mi sono sentita per nulla lusingata. È così che si sente chi prova davvero a fare figli con l'aiuto medico? Una cosa di cui si prendono le misure interne, una vacca da riproduzione testata per vedere se corrisponde agli standard di fertilità?»

Lo strumento del ribaltamento è usato anche per raccontare la crisi della pandemia attraverso gli occhi di quello stesso medico che più avanti le avrebbe detto della sua diagnosi. La paura del contagio e il bisogno di controllare un disastro ingestibile portano il dottore alla follia. Sono vicende raccontate con malinconica ironia, dolce amara, capace però di descrivere perfettamente le contraddizioni umane. Un elemento, questo, che emerge particolarmente nel racconto che ha come protagonista la governante del generale a capo della campagna vaccinale.

«I soliti contestatori sui giornali, ogni volta che il Generale rilascia un'intervista in televisione, da mesi parlano di rischio di deriva antidemocratica, di dittatura militare e altri deliri. La settimana scorsa una tipa in televisione ha detto che la divisa del Generale le faceva paura. Centinaia di morti per il virus e questa pazza diceva di avere paura di chi coordina la vaccinazione, solo perché ha le mostrine»

Vi ricordate chi era quella tipa? Eh, sì, era proprio Michela Murgia! Un altro ribaltamento…

Non mancano situazioni disturbanti, in cui a regnare sovrano è il sentimento di solitudine: una giovane donna, trattata da trofeo dal marito in età più avanzata, che scherza sulle sue voglie con gli amici; oppure una madre, che trova conforto dall’ottundimento del matrimonio ordinando online un cartonato in dimensioni reali del suo cantante preferito, e lo nasconde nell’armadio, trattandolo a tutti gli effetti come un amante.

Questo è solo un assaggio dei racconti raccolti in Tre ciotole: quasi un romanzo corale, che richiede una lettura attenta e attiva, e che pur gravitando attorno a nuclei tematici cari alla scrittrice, riesce a indagare inquietudine comuni, in uno stile piacevole e curato.

Una breve considerazione a margine. Si legge spesso che la scrittura deve essere libera dalla propaganda, che deve esistere ed essere recepita in maniera indipendente. Non credo di essere del tutto d’accordo: la narrazione può portare avanti una o più idee, poiché non c’è strumento più efficace dell’immedesimazione per trasmettere ad altrə le proprie preoccupazioni. Ciò però vale solo se a farlo è una scrittrice capace di dar vita a personaggi concreti, ed è questo il valore di Tre ciotole. Al di là del momento in cui è stato pubblicato, al di là delle sorti dell’autrice, al di là della poca attenzione che ha avuto il testo in quanto tale, è un libro che ha tanto da raccontare.

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9 commenti

  1. […] Venerdì è invece uscita la mia recensione dedicata a Tre ciotole. Rituali per un anno di crisi di Michela Murgia. Si tratta di una raccolta di 13 racconti che trattano di temi molto diversi; per me è stata una piacevole lettura! Potete recuperare l’articolo qui: Quello che le recensioni non dicono: «Tre ciotole» di Michela Murgia […]

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