Edipo e Giocasta: il mito dell’incesto e la trappola del fato

4–6 minuti

Nelle puntate precedenti…

La relazione tra Edipo e Giocasta è una delle più tragiche della mitologia greca, e una delle variazioni più inquietanti del Maldamore, per la sua portata filosofica, etica ed emotiva, intrinsecamente legata al concetto di incesto, con tutte le incrostazioni interpretative che ne sono state fatte nei secoli, culminate nel famoso complesso freudiano. Tra tutte però si insinua l’idea di moira o fatum, per cui le azioni sono predestinate o inevitabili. La prima e più drammatica versione si trova nell’Edipo re di Sofocle, poi ripresa nelle Fenicie di Euripide e nell’Edipo di Seneca. In tempi più recenti la vicenda ha ispirato l’Oedipe di Corneille, Ödipus und die Shpinx di Hofmannsthal, La Machine infernale di Cocteau, e un romanzo breve di Gide. Senza dimenticare la grandiosa opera-oratorio di Strawinskij. 

Dalla coppia regale di Tebe, Laio e Giocasta, nasce un unico figlio. Ma una brutta sorpresa li attende, allorché una profezia rivela che il bambino, una volta adulto, ucciderà il padre e sposerà la madre. Per evitare questo fosco destino, Laio ordina che il neonato venga abbandonato sul monte Citerone, legato per le caviglie (da che gli verrà il nome di Edipo, ossia dai “piedi gonfi”). Ma il bambino non muore. Trovato da un pastore e portato a Corinto, viene adottato dal re Polibo e dalla regina Merope, per cui cresce convinto di essere il loro figlio naturale. Ma quando un nuovo oracolo ripete a lui la profezia che ucciderà il padre e sposerà sua madre, ignorando che Polibo e Merope non sono i suoi veri genitori, Edipo decide responsabilmente di fuggire per evitare la tragedia

Lungo il cammino verso Tebe, si imbatte in un anziano tracotante, e dopo un alterco lo uccide senza sapere che si tratta proprio di Laio, il suo vero padre, realizzando così la prima parte della profezia. Una volta arrivato a Tebe, scioglie l’enigma della Sfinge, il mostro che terrorizzava la città uccidendo chiunque non sapeva risolverlo, e per averla liberata ne diventa re. Quindi, a celebrare il trionfo e dare legittimità al regno, sposa Giocasta, la vedova di Laio, senza sapere che è sua madre. Che si tratti di un matrimonio d’amore o di prestigio, fatto sta che l’unione è stabile e autorevole, tra una regina che rappresenta la continuità della dinastia e un sovrano capace di ristabilire l’ordine dopo il caos. E dalla coppia garante di equilibrio politico e prosperità nascono anche quattro figli, Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Ma dietro questa armonia apparente si cela una verità mostruosa e drammatica, che reca nell’inconsapevole compimento dell’incesto l’impronta del destino.

Le cose precipitano infatti quando Tebe viene colpita da una letale pestilenza, e l’oracolo di Delfi rivela che la causa sta nel fatto che l’assassino di Laio non è stato ancora punito. Ben determinato a salvare la sua città, Edipo avvia allora un’alacre indagine per individuare il colpevole: finché, attraverso una serie di indizi e rivelazioni, giunge gradualmente alla spaventosa scoperta che l’assassino di Laio è proprio lui, e che la moglie-regina è in realtà sua madre! Reagendo diversamente alla tremenda rivelazione, Giocasta si impicca; mentre Edipo si acceca gli occhi che non hanno saputo vedere; quindi si esilia da Tebe per espiare, col solo sostegno della dolce Antigone.

Trattandosi di una coppia regale, la loro relazione, già condannata dai comuni canoni etici, riversa lo sconcerto psicologico e morale anche sul piano politico, poiché il potere non è mai separato dalla responsabilità civile, e chi lo detiene reca in sé le premesse del benessere come della rovina. Fino alla rivelazione Edipo è un sovrano giusto, intelligente e premuroso. Sconfiggendo la Sfinge ha liberato Tebe dalla paura e si è guadagnato la fiducia del popolo, e potrebbe dirsi soddisfatto e orgoglioso. Ma quando la volontà di “conoscere” lo sbatte di fronte alla verità, il potere si sgretola, le certezze vacillano, la calma è distrutta. E allora il politico crolla anche sul piano morale e simbolico, e da salvatore della patria si ritrova ad essere causa di impurità e rovina. Paradossalmente è proprio la sua volontà di operare il bene a mettere in luce la colpa, dovuta a un intreccio inesorabile tra ignoranza e fatalità, per cui il giusto si ritrova ad essere inconsapevole causa del male che intendeva combattere.

Il mito di Edipo è uno dei più noti esempi di fato, un concetto che permea tutta la tragedia greca, e che per la sua forza simbolica supera i confini del mondo antico. Non importa che Edipo cerchi di smentire la profezia: essa si compie comunque, evidenziando l’impossibilità di sottrarsi a ciò che sembra già scritto. Poiché il destino non riguarda solo il singolo, ma è condizione universale dell’esistenza. L’individuo, in ogni epoca e luogo, soccombe a forze più grandi della volontà, e chi crede di governare la propria vita di fatto non può sfuggire alle maglie della necessità. 

Se questa torbida tragedia (che Aristotele indicava come modello per eccellenza del teatro greco per la stretta connessione di causa-effetto) merita di rientrare in questa rubrica di Maldamore, più che per le modalità affettive di cui possiamo solo indovinare i termini, è per l’esemplarità anagogica per cui la conoscenza può essere più deleteria della beata ignoranza. È la spinta al sapere che porta Edipo a scoprirsi causa del male. Solo che la verità, se lo libera dall’inganno, ne distrugge l’esistenza: iniettando il dubbio che talvolta è preferibile convivere con una chimera serena piuttosto che con una verità devastante. E che la conoscenza non è una conquista sempre felice, come l’ignoranza non è solo oscurantista, se l’illusione aiuta a vivere e la ragione abbatte più certezze di quante ne dia… 

Lascia un commento