Clitennestra e Agamennone

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Nelle puntate precedenti…

Dopo il rapimento di Elena da parte di Paride, molti re greci, rispondendo all’appello del marito tradito Menelao, si riuniscono per una spedizione punitiva contro Troia, sotto il comando del re di Micene Agamennone. La flotta, composta da mille vascelli e raccolta nella baia di Aulide, è pronta a salpare, ma i guerrieri fibrillano che nessun soffio di vento permetta di issare le vele. Perché mai? Logorati dall’inattività forzata, decidono allora di consultare l’indovino Calcante: il cui responso è che la partenza è impedita da Artemide, la dea della caccia offesa che Agamennone abbia ucciso una cerva sacra, e che ora esige per riparazione nientemeno che il sacrificio della figlia Ifigenia. 

Nonostante la profonda costernazione, costretto dagli altri capi, Agamennone è forzato alla scelta dolorosa di anteporre i doveri di sovrano all’amore paterno. E invia un messaggero a Micene, chiedendo alla moglie Clitennestra di venire in Aulide insieme a Ifigenia, per celebrarne le nozze con Achille. L’entusiasmo di madre e figlia per la felice prospettiva si scontra con la brutale realtà che Ifigenia non è stata convocata per un matrimonio, ma per essere sacrificata. Mentre Clitennestra, sconvolta e furiosa, riempie Agamennone di rimproveri, la ragazza stenta a credere che un padre così amorevole possa concepire un atto tanto atroce. Ma il suo destino è segnato: la giovane viene condotta in un bosco sacro con la corona del sacrificio. Sale sull’altare. L’officiante alza il coltello e gli astanti distolgono lo sguardo dall’orrida scena, dove però all’ultimo momento Ifigenia viene sostituita con una cerva bianca di Artemide, che la trasporta in Tauride per farne una sua sacerdotessa. Ma siccome il sacrificio comunque è compiuto, i venti possono levarsi per il giubilo di tutti. Tranne Clitennestra: che, ritenendo la figlia sgozzata, inizia a nutrire propositi di vendetta verso quel padre degenere e marito traditore. 

Era stato un matrimonio d’amore quello tra il fratello di Menelao con la sorellastra di Elena. E anche se innestato su un groviglio di rispetto, competizione, attrazione e consapevolezza di rango, ne erano nati quattro figli: Ifigenia, Elettra, Crisotemi e Oreste, ciascuno destinato ad altri drammi. Ma quando Agamennone sceglie l’esercito contro Clitennestra schierata per la figlia, si staglia tra loro un insanabile conflitto tra l’ordine collettivo e l’inviolabile vincolo di sangue. E se in lui il dilemma politico confligge con l’amore paterno, per lei il sacrificio, oltre al delitto, segna anche il tradimento del sacro patto familiare da parte di chi cessa di essere marito per diventare assassino. E nel momento in cui i due non parlano la stessa lingua morale, la frattura diventa irreversibile.

Passano dieci anni. La guerra di Troia termina, e i sopravvissuti fanno ritorno in patria con un ricco bottino. Trepidanti le spose hanno atteso il rientro dei consorti, compresa l’esemplare Penelope (Maldamore n.10). E anche Clitennestra (che intanto si è congiunta con Egisto che a sua volta ne vuole al cugino) attende il ritorno di Agamennone non con gioia, ma con un’ambigua frenesia di rancore, condita dal ferino e ininterrotto desiderio di fargliela pagare. E quando il marito giunge, accompagnato dalla sventurata Cassandra (condannata ad annusare le tragedie senza essere creduta), Clitennestra lo guida con melliflua dolcezza su tappeti purpurei verso l’interno del palazzo. Dove, ergendosi a strumento di giustizia, lo accoltella nel bagno, luogo di nudità e vulnerabilità, con un’esecuzione non pubblica ma dove l’intimità coniugale ha assunto il volto dell’odio. Ché non l’indifferenza è calata in lei: ma l’intensità amorosa si è fatta distruttiva nello scontro tra ambizione e sentimento, potere maschile e riscatto femminile, tracotanza e autonomia: a misero coronamento di un amore un giorno credutosi grande…

La vicenda di Clitennestra ed Agamennone illustra come l’amore si spezza per ambizione e crudeltà, e la gloria si paga con il sangue. Clitennestra è una donna capace di attendere a lungo prima di agire, che governa, calcola, pianifica. La sua vendetta non è dettata dalla collera cieca, ma è l’esecuzione di una giusta sentenza. L’odio che nasce dal dolore si struttura come convinzione morale contro l’uomo che non ha saputo proteggere la propria figlia. Ma c’è di più. Oltre che madre ferita, Clitennestra è anche una regina che durante l’assenza del marito ha imparato a comandare. E quando lui ritorna come sovrano che pretende di rioccupare il trono, il conflitto si fa anche tra chi incarna il potere maschile, pubblico, e chi ne ha fatto una dimensione privata. L’assassinio diventa un atto di affermazione per chi non accetta di tornare nell’ombra. Per questo Clitennestra, oltre a madre straziata per la figlia, esecutrice del mariticidio, fedifraga con Egisto e a sua volta tradita (Cassandra è un’ulteriore umiliazione), non mostra segni di pentimento e non si giustifica supplicando, ma rivendica la legittimità della propria veemenza.

A comprenderla meglio, un utile confronto si può stabilire tra lei e Medea (Maldamore n.11), come esempi difformi di amore tradito e castigato. Se entrambe sono madri e assassine, le loro motivazioni divergono radicalmente. Il conflitto di Clitennestra nasce dal tradimento paterno di Agamennone, che ha anteposto la guerra agli affetti, mentre Medea viene tradita da Giasone per un’altra donna. La differenza tra le due sta nel fatto che Medea compie l’atto atroce non per odio verso i figli, che ama, ma solo per vendicare se stessa. Tormentata per l’abbandono, piange, dubita, oscilla ed esita prima di compiere l’irreparabile, come un atto sovversivo e non istituzionale. Clitennestra è invece una regina legittima, in cui il calcolo cova all’interno dell’ordine acquisito e la maternità si erge a fondamento morale. Preparando il suo gesto con lucidità e rivendicandone la responsabilità, essa solleva la vendetta alla dimensione giudiziaria di una sentenza entro le regole di un sistema che riconosce per suo. È lucida e determinata, orgogliosa e libera, e ha previsto tutto. Tranne il fatto che nella casa degli Atridi la catena dell’hybris non si spezza, e cadrà anche sulla sua testa nel secondo atto dell’Orestiade, per mano di un altro figlio… 

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