Continua il dialogo tra Maresa Schembri, Federica Breimaier e Gerardo Passannante attorno al suo ultimo romanzo, Appunti di un colloquio interrotto. In questa seconda parte (di tre), il focus si sposta sulla costruzione dell’opera, sull’ambiguità dei rapporti umani e sul ruolo fondamentale della parola.
Se vi siete persi l’inizio, ritrovate qui la prima parte dell’intervista.

Nep Edizioni, 2025.
Quindi c’è una sorta di unione letteraria mistica tra i due personaggi, che si scambiano l’identità in un certo senso. Lei, alla fine, dice: “Depongo questo nome fittizio di Tiziana e mi faccio omonima del tuo anonimato”. Lui non ha nome, lei diventa anonima come lui e quindi vuole sottolineare quella compenetrazione perfetta che si stabilisce tra due personaggi che hanno goduto dell’estetica dell’attimo, perché solo nell’attimo, solo in quella scintilla, in quell’illusione, l’unione perfetta è possibile.
Esatto, era importante che tu lo esplicitassi perché in effetti il lettore arriva fino all’ultimo capitolo e crede di aver capito tutto; poi qui c’è un rimescolamento e pensa di non aver capito niente. È una cosa fatta volontariamente e questa tua spiegazione dà un po’ una griglia di lettura, una piccola guida per chi arriva alla fine e si sente un po’ spiazzato.
E questo è voluto proprio per annullare lo spazio e riportare tutto all’interno di quell’ambiguità tipica dei rapporti umani. Potrebbe aver inventato tutto lui o tutto lei, e poi l’ambiguità nelle relazioni umane, in generale, è una componente costante: fa parte anche di quel modo di sentire la vita che non è lineare né ordinato; è fatto di incertezze, di mistero, di interpretazione, soprattutto.
Sì. Altrimenti non sarebbe stato un romanzo, il quale, invece, va costruito secondo criteri che non sono né solo biografici né per forza lineari. Piuttosto, obbediscono ad una logica interna.
Riprendiamo brevemente la questione dell’estetica dell’attimo. Il titolo del romanzo è Appunti di un colloquio interrotto, e in effetti il colloquio con Tiziana viene definito più volte come interrotto. Però, in realtà, anche quello tra Tiziana e il suo fidanzato ufficiale, da un certo punto di vista, è un colloquio interrotto. Quando i due si rivedono, infatti, Enrico si accorge subito che il loro dialogo è incrinato da qualcosa che è accaduto mentre lui non c’era.
Nella ricostruzione del narratore, che per un po’ perde di vista Tiziana, gli è piaciuto immaginare che lei si sia sposata con lui come forma di vendetta, se posso dirlo così. Lui sa bene che in base a come si è svolto il loro Colloquio, lei ha rinunciato a portarlo avanti optando per un matrimonio che non porterà da nessuna parte; magari avranno dei figli, ma non potrà mai avere con Enrico la stessa intensità che ha avuto col protagonista, mettiamola così. Dopodiché, è chiaro che quel matrimonio santificato, voluto dalla madre di lei, dalla società, un matrimonio perbene, diciamo, borghese, sarà un’unione banale. Vale la pena ricordare qui il momento in cui i due si rivedono alla stazione: che succede? Lei cammina al braccio del suo fidanzato e, parallelamente a loro, c’è la presenza assente del narratore, che è in effetti più presente della presenza presente.
È già un’indicazione di chi sia veramente l’assente, e di chi sia il presente. Lei va con quello che sarà il suo marito e, allo stesso tempo, continua a tenere a braccetto quell’ombra che non c’è, ma che continua ad esistere tra di loro.
Se ci pensate, il protagonista prova a “tradire” Tiziana con la collega Ursula, con la quale, del resto, avrebbe potuto avere una storia. Passano una bella serata, flirtano, però Tiziana continua a imporsi nella sua mente. Se solo lei avesse potuto vederlo, vincitore lì, in quel momento in cui provava a dimenticarla e a vivere una vita normale! In realtà, anche qui, impera il tema dell’assente che si inserisce e diventa più presente della presenza.
Si può amare in assoluto solo ciò che non è, cioè un’idea, una proiezione. Amarsi, vivere insieme, è la fine di quella idealizzazione
Gerardo Passannante
Ecco, a proposito di assenza e presenza amorosa, vorrei farti una domanda più generale sulla vita e sulla letteratura. I tuoi libri sono pieni di colloqui interrotti, no? Penso al Declino degli dèi, ad Atto gratuito, ma anche ai racconti. Quindi volevo chiederti: secondo te esistono colloqui non interrotti? Rapporti che sopravvivono oltre la bolla dell’immediato? E se sì, se ne può parlare in letteratura?
In Atto gratuito, alla fine, Ugo si ricongiunge con Linda attraverso la letteratura. Poi lei sparisce, lasciando soltanto un frammento del romanzo che lui aveva scritto, contenente però una verità che aveva messo in parole dopo che lei gliela aveva fatta sperimentare: nella vita abbiamo bisogno di un Dio, non di un’esperienza, di un’idea, non di un corpo. Se l’idea si incarna, se Dio muore, ci resta soltanto l’orrida contemplazione dell’atto gratuito di esistere. Se spostiamo questa visione nella dimensione amorosa, capiamo che si può amare in assoluto solo ciò che non è, cioè un’idea, una proiezione. Amarsi, vivere insieme, è la fine di quella idealizzazione. Se mi vuoi chiedere se è possibile, fuori dalla letteratura o dalla mia esperienza, un tipo di colloquio più lungo e meno legato a quella che io ho definito “l’estetica dell’attimo”, io conosco persone che stanno insieme da 50 anni e stanno bene, quindi è sicuramente possibile. A me non è capitato.
Rispetto a questa tua visione del rapporto amoroso, sembri suggerire che la tua esperienza abbia influenzato il modo in cui vedi le cose, giusto ? E quindi se la tua esperienza fosse stata diversa, magari anche la tua scrittura non sarebbe stata la stessa, no?
Forse è vero, in parte. Ma è vero anche il contrario. Io a questa conclusione ero giunto già a 17 anni, quando non avevo ancora fatto esperienze. L’idea della perfezione del rapporto amoroso, racchiusa però nel singolo attimo, si è costruita non tanto dalle mie esperienze concrete, quanto dalle mie letture giovanili: la Vita Nuova, il Werther, l’Ortis, Leopardi e così via. Quelle opere mi avevano nutrito di un certo disincanto.
Poc’anzi hai definito il tuo romanzo un romanzo d’amore. E in effetti in questo testo srotoli una vera e propria fenomenologia dell’amore, non solo nelle sue manifestazioni esteriori, ma anche attraverso riflessioni, dubbi, monologhi. In alcuni passaggi ho pensato ai grandi classici, da Saffo a Catullo, soprattutto per il rapporto, sempre dibattuto, tra ragione e sentimento. Oltre a queste presenze, ci sono autori o poeti a cui ti sei ispirato in modo consapevole? Oltre ai già citati Dante e Leopardi?
Per quanto riguarda l’influenza degli autori, il libro è zeppo di citazioni nascoste, che in qualche modo sono già i tanti libri che ho letto, le cui citazioni ho sottolineato, ho riprodotto, e ogni volta che mi capitano davanti so da dove vengono. In alcuni casi il riferimento è molto esplicito, come nel caso della poesia giovanile di Goethe; in altri, i riferimenti sono seminati nel testo in maniera del tutto spontanea e, quindi, meno evidenti.
Invece, consapevolmente, al di là delle citazioni, gli autori che in quegli anni avevo più presenti sono citati direttamente nel libro: Camus (La peste) e Musil (L’uomo senza qualità). Entrambi scrivono in modo essenziale e, dal punto di vista filosofico, complesso.

La peste

L’uomo invaso

Sepolcri, Odi e Sonetti
C’è un terzo modello presente nel libro: infatti lui, prima delle vacanze, le regala un libricino, L’uomo invaso di Bufalino, autore che ho incontrato nell’84 a Comiso, ma che non aveva ancora lo statuto di classico come Camus, essendo tra l’altro ancora in vita. È lui l’autore che mi ha portato a spostare l’attenzione non solo sulle idee ma sulla parola, sull’aggettivazione. Quindi in questo senso è stato un maestro per me. Altri modelli sono poi Leopardi, Foscolo, Dante, i russi e tanti altri. Del resto ogni autore è il risultato di ciò che ha assorbito oltre che di quello su cui ha riflettuto.
Questa seconda parte della nostra chiacchierata con Gerardo ci ha permesso di sbirciare dietro le quinte della creazione letteraria, scoprendo come un’idea possa attendere decenni prima di trovare la sua forma definitiva.
Ma il viaggio dentro Appunti di un colloquio interrotto è appena iniziato: nella prossima parte entreremo ancora più nel vivo del romanzo, esplorando il potere del linguaggio e la struttura dei personaggi.
Appuntamento a venerdì prossimo per la terza e ultima parte dell’intervista!
Intanto, se volete iniziare a leggere il libro, lo trovate qui: Acquista su Nep Edizioni
Intervista a cura di Federica Breimaier e Maresa Schembri
