Aspettando lo Strega: I convitati di pietra di Michele Mari

6–9 minuti

Non ho l’abitudine di occuparmi del Premio Strega, soprattutto dopo quanto si è visto negli ultimi due decenni. È noto del resto che, più che la qualità delle opere, a fare la parte del leone siano i grandi editori, col loro codazzo di relazioni e strategie. Ma lo Strega è lo Strega, come Sanremo: tutti lo criticano o lo dichiarano squalificato, ma nessuno riesce davvero a ignorarlo. Poiché, se al vincitore non gonfia il conto in banca, gli assicura comunque notorietà, traduzioni, inviti, partecipazioni, convegni, con un ambaradan mondano che, senza garantire la gloria, alimenta però la presenza nei salotti o negli studi televisivi. Salutare è solo non credere che da lì passi il meglio delle meningi creatrici, anche se così tende a pensare il lettore di un libro all’anno in cerca di un’idea regalo… 

Rispetto ai precedenti, quest’anno però il contorno di pettegolezzi è stato preventivo, per la querelle Mari-Ciabatti, di profilo tanto basso che rievocarla sarebbe crudeltà verso il lettore. E che essa abbia penalizzato il favorito o dato punti alla rivale, qualche copia in più l’avranno già per questo venduta, anche se, per quanto mi riguarda, stavo già leggendo questo romanzo quando la polemica è esplosa, per tamponare l’imperdonabile lacuna verso un autore di “chiara fama”. Mi ero pertanto avvicinato a I convitati di pietra (per ammiccamento suggestivo a Tirso, Molière, Mozart e Puškin) con la migliore disposizione a confermare un pregiudizio positivo. Le cose, però, non sono andate proprio così. E provo a spiegare perché…

L’idea di partenza, va detto, è promettente, tanto da risultare infine la cosa migliore. Trenta ex compagni di liceo si incontrano ogni 22 luglio, nell’anniversario della maturità, avendo stabilito che ognuno versi una quota annuale a costruire un tesoretto che spetterà agli ultimi tre sopravvissuti: mettendo così in moto una specie di riffa della morte, un patto da film horror di corrosiva ferocia sociale. Peccato però che quanto nelle intenzioni prometteva scintille finisca per trasformarsi presto in una maratona che dal 1975 si allunga al 2050, allineando un inventario minuzioso e ossessivo di oggetti, ambienti, tic e reliquie, con la puntualità amministrativa di un registro comunale. Ci si sarebbe in effetti potuti aspettare che, nell’arco di un’intera esistenza, questi personaggi evolvessero: che si urtassero, si trasformassero, si contaminassero a vicenda; o che le loro vite, procedendo per decenni, componessero uno spaccato della società, una commedia di ambizioni, sconfitte, meschinità, conversioni, fallimenti, e qualche tardiva illuminazione. Con trenta protagonisti a disposizione, ci sarebbe stata insomma sostanza per trenta Bildungsromane, paralleli e intersecantisi, che avrebbero potuto raccontare altrettante variazioni sulle infinite evenienze della vita, sul modo in cui il tempo educa, deforma, inasprisce, matura o semplicemente consuma. Da una simile architettura ci si sarebbe aspettati un minimo di crescita: non dico la rivelazione dell’anima, ma almeno un mutamento identificabile, un attrito morale, una crepa interiore. Invece, questi ex compagni attraversano settantacinque anni di vita come figurine incollate su un album, cambiano età, salute, patrimonio, stato civile e talvolta l’indirizzo cimiteriale, ma raramente acquisiscono spessore. Invecchiano, ma non maturano. Decedono, ma non si rivelano. E quando escono di scena, il lettore, più che commuoversi, si ritrova a controllare se ha memorizzato il cognome giusto. 

Pacifico che non siamo di fronte a un romanzo psicologico, meno agevole è dire di che razza sia. Non si tratta di fantascienza, nonostante la vicenda si spinga nel futuro. Non è un thriller, malgrado la quantità impressionante di delitti, per assenza della dinamica strutturale che trasforma un fatto in tensione e un evento in conseguenza. Qui invece le morti arrivano come bollette: puntuali, spiacevoli, ma non sorprendenti. Non è un poliziesco, perché manca l’indagine e il piacere dell’enigma, manca la trama per cui un dettaglio sembra innocente fino al momento in cui ti accoltella, mentre qui si risolve in una successione di eventi noiosi e prevedibili. E ancora meno è un apologo filosofico, che inviti a meditare sulla tragicità dell’esistenza, sul nostro essere parcheggiati tra la culla e la lapide, visto che la morte non si veste di dramma esistenziale, ma di pratica d’archivio, voce d’elenco e compilazione di un registro… E fosse almeno un romanzo umoristico, di quelli che invitano al sorriso e si lasciano leggere come passatempo, giacché c’è poco da sorridere nel catalogare interni, funerali e reliquie domestiche.

Ritratto dello scrittore Michele Mari sorridente a un evento letterario, autore del romanzo I convitati di pietra candidato al Premio Strega
Michele Mari1

Il problema più vistoso, si sarà intuito, riguarda proprio i personaggi, i cui profili sono evanescenti, spesso ridotti a tic, fissazioni e macchiette statiche, prive di evoluzione. Sicché già ricordarne i nomi diventa un’impresa disperata, tanto che si finisce col tifare per le dipartite, non fosse che per sfoltire l’organico. Per l’assenza di spessore psicologico, più che figure vive si muovono pedine numerate che, come macchiette operative, entrano, occupano una casella ed escono, ma non evolvono, non si rivelano, non sorprendono. Non c’è agnizione nel loro trambusto, a meno di non considerare rivelazione la destinazione finale del lascito, che arriva sì come conclusione, ma con la forza metafisica di una clausola testamentaria. Curiosamente, più il romanzo accumula destini, e meno riesce a farne vivere. Anziché produrre complessità, l’abbondanza genera smarrimento; la coralità non diventa polifonia ma brusio anagrafico. I trenta personaggi, che avrebbero potuto offrire altrettanti punti di vista sul mondo, si riducono a caselle di una tombola in cui, a ogni estrazione, qualcuno sparisce e gli altri restano più o meno inalterati. Dove avremmo potuto trovare intelletto, esperienza, sapere, maturità e memoria, troviamo una nebbia di nomi che si confondono, si sovrappongono, evaporano, tranne forse il masturbatore seriale e il fanatico cultore dei film con Gene Hackman, implacabilmente e sadicamente elencati uno per uno dall’autore… Alla fine, in assenza di protagonisti, il vero cuore pulsante del romanzo risulta la sua struttura catastale. Di ogni compagno ci viene offerta l’abitazione, qualche aneddoto laterale e, con regolarità punitiva, la chiesa del funerale e la geolocalizzazione tombale. La lettura, come una guida turistica alle parrocchie di Milano, si trasforma allora in una consultazione di necrologi, navate, funzioni, indirizzi e dettagli mortuari, da commuovere un impresario di pompe funebri.

Copertina del libro I convitati di pietra di Michele Mari, edizione Feltrinelli con grafica editoriale in evidenza

E sì che ci sarebbe stata materia per una riflessione sul tema capitale del tempo. Ed è forse qui che la promessa del libro si incrina vistosamente. Poiché il tempo, in una struttura simile, avrebbe dovuto essere il grande agente narrativo, il maestro severo, il carnefice silenzioso, il rivelatore finale. Avrebbe potuto mostrare come delle persone cambiano i corpi, i desideri, le paure, le illusioni. E invece fa solo l’appello dei superstiti. Non plasma e non illumina: registra. Pur scorrendo, sembra congelato. Il calendario avanza, sì, ogni 22 di luglio: ma l’effetto è quello di un fastidioso “giorno della marmotta” in salsa funeraria. Se vi aleggia un vago rimpianto di giovinezza, esso è trattato con la freddezza di un referto medico. Nessuno slancio poetico, nessuna commozione ci scuote: il possibile dramma del cinismo naufraga in una superficialità fiacca tra concorrenti in attesa che il mors tua vita mea faccia il suo dovere, e che l’altro abbia, prima o poi, l’accortezza narrativa di trapassare. E tutto questo senza che ci giunga un minimo di inquietudine esistenziale. Per l’assenza di fremiti trascendenti, il grande tema della vita che passa si riduce a un catalogo esasperante di acciacchi e malattie della terza età. Con la vita ridotta a inventario di decessi e sopravvivenze provvisorie, il romanzo sembra più interessato alle superfici che alle ferite. Contro gli oggetti protagonisti, gli uomini restano comparse, presenze intercambiabili in una drammaturgia del mobilio. C’è più suspense nel cigolio di un’anta che nelle interazioni tra gli ex compagni nel convergere verso il finale grottesco. Sicché quando la riffa della morte giunge all’epilogo, la parabola si chiude nel ridicolo e nel non-senso di una beffa surreale che azzera ogni residua pretesa drammatica, confermando l’impressione che l’intera vicenda sia stata, più che un romanzo, uno scherzo cinico per rinchiudere il lettore in una claustrofobica agonia, dove il conto finale appare troppo salato per il divertimento offerto.

La scrittura è ben controllata, benché spesso appesantita da manierismi, preziosismi e sfoggi di cultura intesi a stupire più che a servire la narrazione. I periodi, sfuggendo felicemente alla paratassi, inclinano talvolta all’eccesso opposto di una complicazione tortuosa che costringe alla rilettura. Pur essendo di mole modesta, il romanzo scoraggia per la sua forma compatta. Il dialogo è ridotto al minimo, e la pagina si presenta piena, densa, senza respiro, come un muro di testo che non promette evasione. Mancano frizzi di entusiasmo, soluzioni linguistiche memorabili. Emergono qua e là frasi “colte”, da esibizione virtuosistica, ma la prosa finisce presto per appiattirsi di nuovo. Non stimola né il cuore né l’intelligenza: e mi stupisce pertanto che sia stato preferito dai votanti dello Strega Giovani (forse suggestionati dal fatto che inizialmente si tratti di studenti, anche se poi di problematiche giovanili non resta neppure l’odore). Quanto a me, ci tengo a pubblicare queste impressioni prima della proclamazione dell’8 luglio, per schermarmi preventivamente sia dal servo encomio che dal codardo oltraggio…

  1. Associazione Amici di Piero Chiara, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons ↩︎

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