Banchetti e corna celesti

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Nelle puntate precedenti…

Dopo aver scorso diversi esempi di Maldamore terreni e mitologici, prima di abbandonare il mondo greco un doveroso accenno va fatto alle coppie divine, peraltro non più virtuose di quelle terrene, e tremendamente soggette agli stessi bisogni e alle stesse rogne. Le divinità greche, in effetti, pur essendo più potenti dei mortali e pur possedendo qualche marcia in più, non sono per questo esenti da difetti, forse proprio a causa della loro provenienza promiscua. Il poeta che più ordinatamente ci ha trasmesso questa sequela è Esiodo, vissuto nell’VIII secolo a.C.: il quale, discostandosi in parte da Omero, nella sua Teogonia ha fissato la successione degli dèi che qui ci interessano, a partire dalle potenze primigenie di Caos e Gea (la terra), da cui si sviluppano altre entità cosmiche che sarebbe complicato seguire nei dettagli. Basti qui sapere che Gea, essendo presumibilmente Caos troppo distratto, da sola o magari per sporogenesi, partorisce Urano (il Cielo), dando inizio a una sfilza di accoppiamenti poco giudiziosi, da cui si dipartono ramificate discendenze.

Unendosi infatti col figlio Urano (senza lasciarsi sopraffare dal futuro sconquasso di Giocasta), Gea genera una conigliata piuttosto nutrita, che oltre a 12 Titani allinea ancora Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto, Crono, Tea, Rea, Temi, Mnemosine, Febe, Teti. E come se non bastasse, sforna ancora Ciclopi (Bronte, Sterope, Arge) e Centimani (Cotto, Briareo, Gige). E sarebbe una famiglia molto allargata, se quel fetente di Urano, con rigurgito paterno verso alcuni rampolli, non glieli ricacciasse in grembo. Al che Gea, stufa di partorire larve, istiga una di loro a ribellarsi. E Crono (il tempo), obbediente a mammà, per arginare quella bulimia di marmocchi abortiti, risolve il problema alla radice. E allorché Urano mai sazio si accosta a Gea per un’altra notte brada, lo evira di netto, chiudendo il rubinetto seminale: senza impedire che dal sangue presumibilmente incazzato della ferita nascano le Erinni; e dai genitali buttati in mare, più gentilmente, spunti nientemeno che Afrodite.

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Figlio di cotanto padre, anche Crono non manca di spiriti bollenti, e cerca il modo per spegnerli. Ma essendo l’offerta ancora ristretta, con chi può sfogarli se non con una delle sorelle? Ed è infatti Rea a letiziarlo con una nidiata di deucci dal futuro glorioso, come Estia, Demetra, Hera, Ade, Poseidone. Ma se immutato è il costume sessuale, non è da credere che col salto di generazione sia migliorato il DNA culinario, visto che Crono, al pari del padre temendo di esserne spodestato, si pappa i tenerelli man mano che la sorella li partorisce. E la povera Rea, dopo aver a lungo subìto questo allegorico banchetto del tempo che divora i giorni, decide di salvare l’ultimo nato, gracilino e sorridente ma votato a un grande futuro. E ben sapendo che le abitudini alimentari di Crono non vanno troppo per il sottile, nell’approssimarsi delle doglie va a partorire quatta quatta nell’isola di Creta; e per saziare il fratello, che non reclama particolari condimenti per i feti freschi, invece del neonato Zeus gli butta nelle fauci una pietra avvolta in fasce, che l’ingordo inghiotte senza battere ciglio, né accusare bruciore di stomaco…

Venuto al mondo in un contesto così movimentato, il pargolo Zeus cresce nascosto in una grotta del monte Ida, con latte di capra Amaltea, e sotto il frastuono dei Cureti che battono le lance sugli scudi per impedire a Crono di udirne vagiti e scoreggine. Ma una volta adulto, prestante e determinato, chiede il conto a un papà così poco tenero: e prima lo costringe a vomitare i confratelli Estia, Demetra, Ade, Poseidone e Hera, divorati ma non evacuati; e poi lo depone, proclamandosi re degli dèi. Dovendo poi, come un re che si rispetti, munirsi di una regina, senza prevedere il guaio che si porta in casa si orienta su Hera. Che promossa da sorella a sposa gelosa, una volta accampata sul trono prende ad atteggiarsi a custode del matrimonio, della fedeltà coniugale e della famiglia: che con un simile marito si rivela faccenda piuttosto laboriosa, dal momento che quel fringuellone di re la cornifica ad ogni piè sospinto.

Sposo birichino e incostante, difatti Zeus si è fatto presto una reputazione di astuto frequentatore di alcove, sempre peraltro disdegnando misure anticoncezionali a favorire l’incremento demografico dell’Olimpo. E così, malgrado e a dispetto dell’occhiuta consorte, si esibisce nelle modalità più peregrine, ma sempre per genuino coinvolgimento. Al punto che, avendo “inghiottito” la dea della prudenza e dell’astuzia Metis, per delicatezza si assume persino una gravidanza vicaria, e, caso unico al mondo, espelle Atena dalla testa. Spossato tuttavia dall’intensità del travaglio meningeo, preferisce poi lasciarne il sollazzo a chi sembra meglio equipaggiato. E allora ingravida la dea della giustizia e dell’ordine, Themis della triade delle Ore (Eunomia, Dike, Eirene); e replica il successo trigemino con le Moire (Cloto, Lachesi, Atropo). Passa quindi a Dione, che gli partorisce Afrodite, contro la versione che la vuole sgorgata dalla spuma del mare. E mica è finita qua! Sempre sotto il binocolo di Hera, che lo spia dappertutto e ad ogni rientro gli sbatte sotto il naso il palco di corna che l’adorna, Zeus riparte all’attacco con Mnemosine: che in quanto dea della memoria preoccupata che nulla vada disperso, eternizza le prodezze del dio con una schiera di nove Muse (Calliope, Clio, Erato, Euterpe, Melpomene, Polimnia, Talia, Tersicore, Urania), che per un momento sembrano evocare un calmo sogno di poesia. Ma di breve durata: ché mentre la puerpera è occupata a educare la prole plurima con le varie arti, il pennuto irrequieto è già corso a sollazzarsi con la titanide Latona, che sempre senza preservativo ingravida di Apollo e Artemide; e subito dopo con Demetra, dea dell’agricoltura e della fertilità, stavolta invero contenuta, visto che prudentemente si sgrava di un’unica picciotta, ma in compenso di fama funesta, Persefone. 

E mo che il campionario dell’Olimpo è abbastanza usurato, non potrebbe Zeus prendersi un po’ di meritato riposo, come Hera gli intima, preparandogli ogni sera una tisana al bromuro. Macché! I suoi appetiti robusti, non paghi del sangue divino ma numericamente esiguo, lo spingono ora in vacanza sulla terra, dove l’offerta sembra più ampia. Sicché senza atteggiarsi a schizzinoso aristocratico, il re degli dèi si infiamma e sbizzarrisce a occhieggiare pulzelle e maritate, non piccandosi, come Don Giovanni, se siano belle o brutte, purché portino la gonnella. E sempre per sfuggire alla mannaia nevrotica di Hera, che col cannocchiale lo scruta dalle nubi, il poveraccio è costretto a elaborare astuzie non proprio lusinghiere, dissimulandosi talvolta sotto forme originali o bizzarre, come nella prossima scappatella…

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