Una Roma malavitosa per la terza inchiesta di Leo Malinverno

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@ Federico Migliorati

Uno scrittore, o meglio uno scrivente, assurge al ruolo di ospite nei talk show di punta soltanto se riesce a diventare un personaggio, uno che rilascia dichiarazioni alla stampa sulle questioni più disparate, oppure si fa fotografare con l’amante del momento su una spiaggia di tendenza. Il massimo lo si raggiunge con la popolarità sui social, TikTok in testa. 

Intrighi, violenze, ricatti, morte, sesso, rimorsi e rimpianti in un vortice senza sosta di emozioni sullo sfondo di una capitale italiana malavitosa dove tutto è torbido ed appare difficile cogliere il limite tra realtà e immaginazione, bene e male. Anche Mutevoli nascondigli (Indomitus publishing), il terzo capitolo della saga di Leo Malinverno, non delude le attese: il merito è ancora della penna di Mariano Sabatini, figura conosciuta e apprezzata del panorama televisivo e culturale italiano, autore tra l’altro di programmi popolari e seguiti come “Tappeto volante” di Luciano Rispoli che gli fu fraterno amico.

Come nei precedenti due titoli ( L’inganno dell’ippocastano e Primo venne Caino) anche qui Malinverno, giornalista d’assalto e d’inchiesta senza peli sullo stomaco, si trova alle prese con una serie di fatti di sangue di rara brutalità e ci vorrà tutta la sua perizia per arrivarne a capo non senza qualche patema d’animo di troppo. Già dalle prime pagine assistiamo a un cambio della guardia per il noto personaggio, che troviamo passato dal Globo a L’Eco d’Italia, due quotidiani concorrenti che si contendono lo storico cronista campione di scoop e di vendite. Le vicende sono collegate fra loro in un groviglio in cui tutto si tiene: loschi affari e fama editoriale, donne disponibili e malaffare, gioco d’azzardo e criminalità organizzata, politica spregiudicata, arrivismo e arroganza.

Sul palcoscenico si muovono i personaggi immaginari di Sabatini, forse non troppo lontani da quelli che si possono incrociare sulle cronache sempre più nere e hard dei quotidiani nazionali e locali, in un tempo di tregenda costantemente invaso di negatività. Un tempo in cui la cultura sembra avere sempre meno spazio e l’incompetenza, magari in connubio con protervia e potere, ancora maggiore forza: è il caso di Petronio Grigo, uno scrittore di successo, ma ben distante dallo stile, dalla discrezione e dalla profondità autoriale del padre, uomo d’altri tempi e d’altri modi. Sarà lui una delle vittime più celebri, finendo per pagare cara quella sua mitomania ben nota: ma non è l’unica figura ad assurgere a paradigma di un dramma ché l’opera letteraria si apre con un omicidio…di lusso. Malinverno, costretto a un periodo di riposo a casa a seguito di un “avvertimento” criminale che gli ha creato qualche serio problema di salute, non resta inerte, anzi: da inchiestista sagace e lungimirante qual è si darà da fare, fungendo anche da mentore di due giovani cronisti in erba, per arrivare al risultato. E che ormai la sua sia una firma non solo di punta, ma soprattutto rispettata (e temuta) anche se assente dall’universo dei social è comprovato dalla collaborazione sempre più stretta con le forze dell’ordine che non lesinano informazioni e opportunità per metterlo a conoscenza sulle indagini in corso.

Schiena dritta, professionalità certificata, il giusto appeal nei confronti delle donne, Malinverno toccherà anche stavolta gli abissi della malvagità umana come pure la forza di sentimenti pure e di una nostalgia vieppiù straziante per figure che gli sono state care. Senza troppo scomodare l’attualità (ché la realtà, spesso, supera la fantasia, ormai) nel romanzo il mondo del giornalismo non se la passa troppo bene, tra faide interne, sgambetti e maldicenze per screditarsi fra colleghi, amicizie “pericolose” o quantomeno sospette e deleterie ai fini della professione, tutti aspetti non così lontani dalla realtà: c’è, insomma, di che guardarsi le spalle, ma senza perdere la speranza di un’informazione che, in fondo, è bene rimanga “mediata” e prodotta da persone in carne e ossa, che ancora sanno presidiare il territorio pur con tutti gli errori possibili, anziché frutto di un’intelligenza artificiale che andrà in qualche modo gestita e diretta se non vogliamo un futuro distopico.

In chiusura sottolineiamo lo stile del romanzo, che strizza l’occhio ai polizieschi contemporanei, infittiti di azione e con accentuati richiami di critica sociale alla Valerio Varesi, e certa crudezza narrativa tipica di un Giorgio Scerbanenco offrendo così un buon mix per i tanti lettori che attendevano la nuova sortita di Malinverno. 

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