Zeus ed Hera: mutazioni di stato 

5–8 minuti

Nelle puntate precedenti…

Antonio da Correggio, Public domain, via Wikimedia Commons

Se lo stratagemma adottato da Zeus per aggirare la prudenza delle concupite era quello di assumere sembianze animalesche, esso funzionò ancora a meraviglia con Europa, la principessa fenicia figlia del re Agenore, da lui adocchiata un giorno che si intratteneva con le ancelle sulla spiaggia di Tiro. Per non allarmarla, e soprattutto per sottrarsi al radar di Hera, Zeus pensò bene di camuffarsi stavolta sotto la pelle di un toro. Non che di per sé il bovino non castrato ispiri idee di serenità: ma quello da lui scelto si presentava mansueto e candido come la neve, con corna pur esse d’avorio e sguardo mite. Intrigata dalla sua docilità, l’incauta verginella gli si avvicinò, lo accarezzò, lo coccolò; e quando al torello le gambe fecero astutamente giacomo giacomo fino a piegarsi, la sciagurata ebbe l’audacia di montargli in groppa, ignara che sotto mentite spoglie si celasse un toro di tutt’altra categoria! Che infatti appena sentì le cosce sfiorarli il pelo, di colpo inalberatosi, si precipitò in mare. E sotto il vento che gonfiava le vesti e le ancelle che a terra starnazzavano aita, col dolce pondo che gli titillava la schiena remigò fino a Creta. Solo là, carta di identità alla mano, Zeus sciorinò stato civile e attribuzioni. E siccome non sbagliava un colpo ne derivò una dinastia di tutto rispetto, annoverante Minosse (il futuro re di Creta e artefice del labirinto), Radamanto, giudice nell’Ade, e Sarpedonte, che si farà infilzare da Patroclo a Troia. La cosa curiosa è che Hera, in altre faccende affaccendata, non intervenne, suscitando il ragionevole dubbio di una falla nel sistema di sorveglianza. Ma siccome nell’economia olimpica nulla andava perduto, il toro che sì prezioso contributo aveva dato alla faccenda meritò di diventare l’omonima costellazione; la rapita donzella regalò il nome al nostro continente, e persino il platano divenne sempreverde, a sdebitamento botanico dell’ombra offerta a sì romantico ratto. 

Né troppo diversamente dovevano andare le cose con Leda, moglie del re di Sparta Tindaro, e, inutile dirlo, integerrimo esemplare di virtù coniugale. La quale invero l’unica debolezza romantica accusava di incantarsi ad osservare i cigni nuotanti placidi nel fiume Eurota. Senza lasciarsi scappare la ghiotta occasione, Zeus, infiammato come da copione ed esperto ornitologo, trasformando un quadretto lacustre in adescamento piumato, si tramutò in un anatide bianco. Per rendere più credibile la messinscena, a conferma dell’eccellente clima puttanesco degli olimpici, non esitò a metamorfizzare sua figlia Afrodite in una crudele aquila lanciata alle proprie costole, così da indurlo a cercare protezione, manco a dirlo, tra l’accogliente e pietoso grembo di Leda. Dove, dopo essersi accomodato in posizione ottimale, senza alcun residuo di decoro, colse una sveltina. Non tanto rapida, tuttavia, da evitare gli effetti di chi non sparava mai a salve. Colta forse da misterioso sospetto, quella stessa notte Leda pensò bene di unirsi per prudenza, non si sa mai, anche al marito. Il quale doveva essere anche lui un fecondo tiratore: tanto che il risultato di quella doppia inseminazione non fu un parto ordinario, ma la deposizione di due grandi uova, perché quando si scomoda l’Olimpo anche l’ostetricia deve adeguarsi. Dalle uova emersero quattro figli, divisi per paternità con scrupolo notarile: da Zeus vennero Elena (sì, proprio lei, la futura bonazza di Troia) e il pugile Polluce. Da Tindaro spuntarono Clitemnestra (futura moglie e assassina di Agamennone) e Castore, cavaliere e guerriero. Benché discesi da lombi diversi, i fratellastri, divenuti poi celebri come Dioscuri, erano però uniti da un tale affetto, che quando Castore morì Polluce rinunciò a metà della propria immortalità per non separarsene. E papà Zeus, commosso, li trasformò nella costellazione dei Gemelli, senza mancare di sistemare, come premio stellare per una delle operazioni più piumate della sua carriera, anche il niveo cigno nell’omonima costellazione. E curiosamente, forse perché già asfissiata dall’arretrato adulterino del marito, anche stavolta Hera non aprì un fascicolo punitivo, e la pratica finì archiviata sotto la voce “ornitologia sospetta”.

Rendendosi però conto che per la prossima scappatella non poteva riciclare l’usurata matrice faunesca con un’Hera ormai scafata, ma lupo incapace di perdere il vizio, per il prossimo giro Zeus escogitò un capolavoro di logistica erotica mutando stato alla materia. E lo sperimentò con Danae, figlia di Acrisio, re di Argo, a cui l’Oracolo di Delfi aveva predetto che sarebbe morto per mano del nipote. Volendo perciò evitare di diventare nonno, ma non osando alzare la mano sulla figlia, con soluzione più soft la rinchiuse in una torre di bronzo, sorvegliata e sigillata affinché nessun maschio potesse penetrarvi. Precauzione forse valida per i mortali, non certo per l’alto QI di Zeus. Che avendo già messo gli occhi sulla donzella, e impaziente di metterci anche le mani, pensò bene di trasformarsi in una pioggia d’oro: e così infiltratosi tra le fessure del solido soffitto, ebbe facile gioco a varcare il fragile velo dell’imene. Udendo il pianto del neonato Perseo, ma non abboccando all’inverosimile favola atmosferica, Acrisio rinchiuse allora madre e figlio in una botte di legno e li gettò in mare, confidando in una soluzione acquatica. I due invece sopravvissero: e anche la profezia fece il suo corso con puntualità sarcastica anni dopo, allorché il disco lanciato da Perseo durante i giochi sportivi atterrò come un drone sulla capoccia del nonno. Vero è che il ragazzo sarebbe un giorno diventato una star mozzando l’orrida testa di Medusa; ma per intanto la palma l’aveva ancora una volta colta Zeus con furbizia adulterina troppo liquida per il setaccio di Hera: che dovette limitarsi, se mai se ne accorse, ad aggiungere un fascicolo all’archivio meteorologico.

clicca sull’immagine per acquistare il romanzo

Per sedurre Antiope, infine, con la strafottenza di chi snobba le usurate sberle coniugali, Zeus abbandonò fauna e flora: e con rustica eleganza emerse in un satiro, mostriciattolo mezzo uomo e mezzo capra e di per sé poco indicato per una visita di cortesia. Ma siccome lui era antenato del Marchese del Grillo, e come Cecco le vecchie e laide lasciava altrui, persino in quella forma orrorifica riuscì a quagliare con la bellissima principessa tebana. E avendola sorpresa dormiente in un bosco, sotto l’effetto, è da credere, di una massiccia dose di barbiturici, in sembianze silvestri operò uno stupro ipnotico. Ben si accorse poi invece della panza la dopata Antiope; ma certa che il padre mai si sarebbe bevuto la fandonia satiresca, fuggì da Tebe per andare incontro a tutte una serie di sventure che non è qui il caso di riferire. L’unica che non le accadde, a onor del vero, fu che Hera neanche stavolta intervenne a sanzionarla. Il fatto è che la giunonica era ormai stufa di fare il mastino. Con quel marito era come remare controvento, sputare verso il cielo, o sprecare sapone con l’asino. Non ce l’avrebbe mai fatta! E allora, con saggezza climaterica si disse che alla fine quel pervertito facesse il cavolo che voleva, tanto, nel loro sacro ménage sempre a casa doveva tornare per un piatto di ceci, che lei avrebbe speziato ben bene per una rapida e olimpica dissenteria. E su quel compromesso rassegnato Hera e Zeus vissero da allora felici e contenti: lei atrofizzandosi in maldicenze e pettegolezzi, e lui spiando angosciato il progressivo aggravarsi della disfunzione erettile. 

Lascia un commento