Maldamore – #20
La leggenda, tramandata da Esiodo nella Teogonia e nelle Opere e i giorni, inaugura uno dei più antichi casi di regalo avvelenato della letteratura: la creazione della prima donna, se a sentire il proverbio chi dice donna dice danno; e insieme ad essa la distribuzione gratuita di tutti i malanni del mondo. Insomma, un pacchetto a orologeria da porre sotto l’albero, con fiocco e trabocchetto incorporato!

La vendetta di Zeus
Ma andiamo in ordine. Tutto comincia quando il titano Prometeo, il cui nome significa “colui che ci pensa prima”, e perciò provvisto di un’abilità spesso latitante tra i mortali allora come adesso, in una delle sue accensioni di meningi ruba il fuoco agli dèi per farne dono ai mortali. E sarà pur vero che spesso doni preziosi e scoperte epocali hanno conseguenze da Hiroshima, a sua discolpa va detto che l’intenzione era lodevole. Non che avesse già sniffato le delizie del barbecue, delle caldarroste, delle lasagne al forno o degli amaretti: ma perché, bontà sua, credeva davvero che l’umanità ignuda e tremebonda meritasse di meglio che battere i denti e nutrirsi di sushi. Il cugino Zeus, e te pareva! non prende però troppo sportivamente l’idea che le delizie culinarie rosolate al fuoco di Efesto siano gustate anche dai pidocchiosi umani; e, ferito nell’orgoglio di amministratore non consultato, decide di punire lo sleale; e lo inchioda senza pietà su un roccione del Caucaso, col fegato esposto a un avvoltoio non troppo schizzinoso, che per la legge del contrappasso lo divora rigorosamente crudo. Ci sarebbe invero da contestare che quel pezzo di martoriata pietanza ricresca ogni giorno a rinnovare la pena, e sul fatto che gli dèi, come con Sisifo, trovino sollazzevole condire a discrezione la formula della sofferenza circolare. Fatto sta che, non pago di sanzionare l’audace che ha fatto tutto di testa sua, e sordo alle querimonie degli innocenti mortali, con l’argomento che comunque di quel furto hanno beneficiato, e affinché non si creda il proditorio diritto di godere, Zeus pensa bene di punire l’intera umanità, che fin là se l’era spassata nell’età dell’oro, al riparo da malattie, fatiche, rotture di zebedei e altrettali goduriosi passatempi…

Non sarà troppo?
Ordina pertanto ad Efesto, il divino fabbro specializzato in manufatti, fulmini e complicazioni familiari, e già di suo incazzato per essersi lasciato fregare qualche scintilla dalla sua fucina, di impastare terra e acqua per tirarne una creatura da playboy. E Efesto, dopo aver consultato per scrupolo filologico come se l’era cavata il dio giudaico, con qualche accorgimento per evitare la denuncia per plagio, ne trae non un maschiaccio con una costola di troppo, ma direttamente la costola, ossia una donna. Ma che donna, però! Con curiosità infantile e gusto per i ninnoli, gli olimpici si mostrano stranamente doviziosi con la tigrotta, dotandola di tutto un corredo: Afrodite le regala una grazia irresistibile; Atena le insegna le arti femminili, tipo la tessitura, utilissima quanto un detonatore cosmico; Ermes le dona la parola, sottovalutandone l’uso sconsiderato, e una curiosità micidiale più dannosa di un bugiardino non decifrato. E dopo averla battezzata Pandora, ossia portatrice di “tutti i doni”, pensano bene di spedire il pacco con annessa fregatura a quello zuzzurellone di Epimeteo, col recondito proposito di mandargli di traverso le feste…
Un vaso, non proprio da notte
Come viatico per il viaggio, Zeus le affida infatti un orcio di terracotta, dalla tradizione poi promosso a “vaso”, con l’ordine tassativo di non aprirlo mai. Regola elementare anche per Watson, e dunque perfetta per essere violata… E così vitaminizzata la fa recapitare ad Epimeteo, un bietolone il cui cervello è transitato interamente in quello del fratello Prometeo, lasciandolo titolare del programmatico nome di “quello che ci pensa dopo”, come i cornuti. E a niente è servito che il congiunto furbo, che qualche sinapsi preventiva la possedeva, lo avesse prevenuto più volte dall’accettare doni dagli dèi, tantomeno se il mittente si firmava Zeus: ché il tonto Epimeteo subito andato in tilt nel trovarsi di fronte quella stangona con orcio annesso, senza perdere tempo se la porta a casa. Dopotutto, quando il cervello arriva secondo, è perché in pole position ci sta il disastro!
L’apertura del vaso e la fine dell’età dell’oro
E vissero felici e contenti… Seeeeh!!! Diciamo… per qualche ora. O almeno finché la curiosità inoculata da Ermes per quel vaso raccomandato non comincia a ronzare nella capoccia di Pandora come un tarlo metafisico. Che cosa ci sarà mai dentro, continua a chiedersi la curiosa, che non ci dorme su giorno e notte, sbizzarrendosi in speculazioni. Che siano gioielli? Ma non sembra uno scrigno. Profumi? Ma ne emana solo un tanfo ammorbante! Istruzioni per l’uso del marito già compromesso per difetto di fabbrica? Ma insomma, che c’è di male a dare una sbirciatina? Prima ci prova coi raggi x, ma non ne viene a capo; batte poi con le nocche come su un cocomero da rimbombo, e ancora niente. Dovrà dunque rassegnarsi a morire col gargarozzo cognitivo insaziato? Atroce dilemma, e tale da mettere in forse la ragione stessa della vita! Pandora pensa e si tortura: finché un giorno, mentre il maritonzolo ronfa dopo una saporita grigliata (grazie del fuoco, fratello!) innaffiata con robusta dose etilica, cedendo all’impulso, zitta zitta Pandora solleva il coperchio, inaugurando ufficialmente la stagione dei guai. Dall’orcio, infatti, con una celerità della luce si sprigiona una nube densa e minacciosa, che in un attimo riversa sul mondo vecchiaia, malattie, fatica, follia, invidia, gelosia, morte; e tutto il catalogo delle rotture esistenziali che si diffondono come un tag per i followers, ponendo fine alla felicità planetaria col portare all’intero orbe la lieta novella che d’ora in poi vivere richiederà una manutenzione ininterrotta.
L’unico dono rimasto
Terrorizzata dal disastro, et pour cause, visto che aveva appena sdoganato il male universale, Pandora incastra alla bell’e meglio il coperchio. Ma troppo tardi, ahimè, dacché il peggio è già partito in carriera; e il tardivo intervento riesce ad incastrare solo l’Elpis, la speranza, rimasta intrappolata come invitata sobria a una festa degenerata. A dirci, con sottile perfidia, che essa è l’ultimo trucco degli dèi concesso agli uomini per farli tirare avanti in questa valle di lacrime, a magra consolazione di chi soffre, fatica, si ammala, invecchia e muore… Non sappiamo come reagì Epimeteo quando si riprese dalla sbornia. Stupido com’era, forse realizzò solo che nell’orcio non c’era più vino, quando scorse la moglie con quel gioiellino in mano a sperare che gli dèi le mandassero un uomo meno scemo. In qualche modo esaudita; visto che, essendo la speranza l’ultima a morire, la figlia che da loro nacque, Pirra, sposando il cugino Deucalione, figlio di Prometeo, rimetterà un po’ di equilibrio nel loro ménage.


