Ci sono libri che si incontrano per caso: una serie di coincidenze ci ripropone lo stesso titolo e, se qualcosa incuriosisce in prima battuta, quelle ripetizioni finiscono per farteli comprare. È successo così con Sabbia nera di Cristina Cassar Scalia, edito da Einaudi. Un reel su alcuni autori di gialli contemporanei menzionava proprio Cassar Scalia, poi il mio viaggio a Palermo mi ha dato la spinta a cercare una lettura con atmosfere siciliane. Così è arrivato tra le mie mani Sabbia nera, il primo romanzo in cui l’autrice presenta la protagonista dei futuri romanzi gialli.
Saranno questi ultimi a dare a Cassar Scalia la notorietà. Nata a Noto nel 1977, la scrittura non è la sua prima occupazione: laureata in Medicina e Chirurgia, esercita la professione di oftalmologa in provincia di Catania. Esordisce nel mondo editoriale nel 2014 con La seconda estate, una storia d’amore ambientata a Capri, seguita da Le stanze dello scirocco, romanzo storico ambientato nella Sicilia del 1968. Con Sabbia Nera, nel 2018, l’autrice si avvicina al giallo-noir, dando vita al personaggio di Vanina Guarrasi. Il romanzo le è valso il Premio letterario Racalmare Leonardo Sciascia 2019 — assegnato in passato anche ad Andrea Camilleri e Gesualdo Bufalino. Nel 2023 ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, e più di recente, nel 2025, il Premio Massimo Troisi per la Letteratura.
La trama: un delitto dimenticato
In una notte in cui cade dal cielo la sabbia nera eruttata dall’Etna — da cui il titolo del romanzo — Alfio Burrano sta rientrando nella villa diroccata, un tempo simbolo della potenza della famiglia a Catania. Una perdita da un tubo dell’acqua lo costringerà a raggiungere un’ala abbandonata, ed è lì che, aprendo l’accesso a un montacarichi mai utilizzato da almeno cinquant’anni, troverà il cadavere mummificato di una giovane donna. Partono così le indagini della vicequestore Guarrasi, che all’inizio pare essere l’unica a voler arrivare alla soluzione di un caso che la distanza temporale rende molto difficile da risolvere. La vittima è irriconoscibile e il DNA non è estraibile; anche gli esami autoptici risultano complicati dalle condizioni della salma, tanto che all’inizio si dubita persino che si tratti di un omicidio. Ma Guarrasi è sicura che lo sia — non sarebbe, del resto, il primo consumatosi nella villa, dato che anche il padre di Alfio Burrano era stato assassinato tempo addietro. Il caso era stato seguito da un veterano della polizia, il commissario in pensione Biagio Patanè, novantenne al tempo della narrazione, che parteciperà ufficiosamente alle indagini.
La struttura della narrazione pone le basi per le future pubblicazioni seriali: se chi legge viene infatti trasportato immediatamente nel ritmo dell’investigazione per scoprire l’identità della donna uccisa e del colpevole, si delinea parallelamente un quadro narrativo più ampio che fa da cornice al caso. Si tratta di un filo rosso che riguarda in parte la vita lavorativa e personale di Guarrasi, precedente al suo arrivo a Catania, ma anche quella dei diversi membri della squadra, come il matrimonio in crisi di Spanò o la relazione appena nata tra Marta e il questore Tito Macchia. La parte relativa al passato lavorativo di Guarrasi si fa più corposa nella seconda parte, in cui diventa evidente come la sua precedente esperienza alla Squadra Antimafia — e in particolare uno dei casi lì seguiti — potrebbe presto riemergere, un’ombra che l’autrice lascia intravedere ma non risolve, promessa implicita per i capitoli successivi.
I personaggi e il loro microcosmo
Il romanzo ha sicuramente il pregio di seguire le vicende di personaggi che ben presto si rivelano tridimensionali e originali nelle loro personalità. Questi caratteri ruotano certamente attorno a quello della protagonista, ma, soprattutto nella seconda parte del libro, aprono affacci su microcosmi autonomi. Cassar Scalia parte sicuramente da modelli pregressi — è infatti facile intravedere la sagoma del fedele Fazio di camilleriana memoria dietro le fattezze dell’ispettore Spanò —, ma li sviluppa, riuscendo a liberarsene per andare oltre. Questo è il grande passo avanti rispetto al modello di Montalbano: la capacità di creare figure secondarie che non restano ingabbiate nella loro prima rappresentazione.
Accanto a Vanina si delinea, infatti, una squadra di comprimari che non fanno da semplice sfondo, ma portano nel romanzo le proprie problematiche. A dare un tocco di dinamismo e ironia in più all’ufficio interviene anche la figura del giovane agente Salvatore Lo Faro, aitante e ambizioso, costantemente alla ricerca dell’approvazione del vicequestore. Lo Faro si muove tra le stanze della Mobile scalpitando per farsi notare e cercando di accattivarsi le simpatie del superiore, finendo però spesso canzonato dal resto dei colleghi. Queste sottotrame non appesantiscono il testo, ma creano uno sfondo d’azione più ampio: mentre il lettore segue il ritmo del caso principale per scoprire l’identità della donna mummificata, si affeziona, parallelamente, alla quotidianità dell’ufficio.
L’impianto dinamico interessa anche la protagonista, che elude i due prototipi di investigatrice a cui ci hanno abituato le serie più recenti: da un lato, l’idealista commissaria dal passato complicato, aiutata nell’indagine dal collega maschio (con cui finirà per avere una relazione); dall’altro, la commissaria un po’ arpia, che verrà ammorbidita dal giovane collega sbarazzino. Ecco, Vanina Guarrasi evolve da questi due stilemi rimescolando le carte e restituendoci un carattere psicologico sfaccettato e originale. Ha, infatti, certamente alle spalle una storia difficile, con il padre ucciso dalla mafia quando lei era ancora giovanissima. Ciò però non l’ha resa né esageratamente idealista né macchiettisticamente “maledetta”. Guarrasi entrerà all’Antimafia non perché mossa dal desiderio astratto di distruggere il crimine organizzato, ma per una vendetta personalissima. Una volta messi in carcere o uccisi i mandanti, se ne andrà dal distaccamento di Palermo, scegliendo Catania proprio per sfuggire a quel passato totalizzante.
Vanina, come tutti gli animi complessi, non cerca la simpatia immediata del lettore, ed è proprio questo uno degli indizi della bontà del suo ritratto: è scontrosa ma non cinica, e lo si nota bene nel rapporto di profonda complicità che instaura con l’anziano Patanè. Verso quest’uomo non nutre né arroganza né sudditanza, nonostante la maggiore età e l’esperienza sul campo di lui. Al contrario, comprende cosa significa essere costretti da ragioni amministrative ad abbandonare un caso sebbene la sua conclusione non lasci soddisfatti, e ne rispetta la voglia di partecipare, intuendo che la sua memoria storica è l’unica chiave per arrivare alla soluzione del mistero.
Ci troviamo di fronte a una figura estremamente indipendente, ma non priva di fragilità naturali che ne rafforzano il carattere e la credibilità psicologica. A Guarrasi piacciono le sfide intellettuali e si fida ciecamente del proprio istinto, anche quando si tratta di fatti avvenuti mezzo secolo prima.
Perché al vicequestore Guarrasi, in realtà, le rogne piacevano. Assai. E piú la impegnavano, piú le toglievano il sonno, piú le divoravano giorni di ferie e domeniche, piú lei ci si buttava dentro. Anima e corpo.
Il suo stile di indagine unisce il vecchio metodo di Hercule Poirot — fondato sull’osservazione dei dettagli apparentemente inutili e sullo studio della natura umana — e le più moderne tecnologie investigative, su cui fa particolarmente affidamento. Molto divertenti e umane sono le scaramucce con la scientifica e con l’anatomopatologo Adriano Calì (suo grande amico), spesso nate proprio dall’impazienza cronica di Vanina di ricevere i risultati delle analisi.
Che dire del suo mondo affettivo? Quando un romanzo giallo ha come protagonista una donna, si rischia spesso di scivolare nel romanzo rosa, specialmente nella seconda parte del libro, in cui tra lei e il collega di turno scatta la famosa scintilla, spostando la centralità della narrazione dal caso criminale all’intreccio amoroso. Non è questo il caso di Sabbia nera, in cui, al contrario, assistiamo a un interessante ribaltamento sia delle dinamiche romantiche sia dei ruoli di genere. Il passato di Vanina a Palermo è legato al magistrato antimafia Paolo Malfitano, un uomo che vive costantemente sotto scorta e nel mirino di Cosa Nostra. Invece della classica dinamica in cui la donna cerca protezione, qui è Vanina ad aver salvato Paolo da un attentato uccidendo alcuni dei criminali e mandandone in carcere gli altri. Dopo averlo salvato per un pelo, deciderà però di allontanarsi per sottrarsi all’angoscia di perdere un altro uomo amato, come aveva, peraltro, perso il padre. La sfera sentimentale in questo primo romanzo resta un territorio complesso, irrisolto e privo di facili risposte consolatorie, dove il rifiuto di Vanina di cedere alla paura si scontra con i sentimenti che ancora prova.
– Me lo dici perché mi hai lasciato? Per non vivere nel terrore di vederti uscire di casa e non tornare piú. Perché non potevo sperare di trovarmi per caso dietro di te ogni volta che avresti rischiato la vita, per salvartela. Perché cosa significa vedere una persona che ami morire ammazzata l’ho imparato a quattordici anni, e preferivo rinunciare a te pur di non rivivere quei momenti. Perché io ne ero convinta, Paolo, che lasciarti sarebbe bastato a proteggermi dall’incubo di perderti, come avevo perso lui. Ecco perché ti ho lasciato, Paolo. Ma non avevo calcolato che dire addio non recide alcun legame, se il legame è saldo com’era il nostro. E non protegge da nessun dolore. È un sacrificio inutile.
Dietro la facciata del giallo, Sabbia nera si rivela un romanzo densamente stratificato, capace di sollevare riflessioni profonde sulla storia sociale e culturale della Sicilia, muovendosi costantemente tra passato e presente.
Un primo nucleo tematico di grande interesse è la posizione e l’evoluzione della figura femminile, che l’autrice esplora attraverso un doppio binario temporale. Da un lato c’è il cold case, che scava nell’Italia degli anni Cinquanta e riporta alla luce le complesse dinamiche della Legge Merlin del 1958, la storica normativa che decretò la chiusura delle case di tolleranza (come il “Valentino”, il bordello catanese al centro del mistero). Dall’altro lato c’è la contemporaneità di Vanina Guarrasi, una donna che ricopre un ruolo di comando assoluto all’interno della Polizia di Stato, incarnando i traguardi e le sfide quotidiane dell’indipendenza femminile in un ambiente storicamente maschile.
Questo contrasto si riflette anche nella rappresentazione di una Sicilia sospesa tra antico e moderno. Cristina Cassar Scalia non cede alla tentazione del folklore da cartolina, ma fotografa un’isola reale e in continuo mutamento: una terra legata a tradizioni secolari e a ferite mai rimarginate, che però vive appieno la modernità tra aperitivi in centro, locali alla moda e l’apparente normalità di coppie omosessuali che si integrano nel tessuto sociale.
Al centro di questa geografia emotiva si consuma poi l’eterno “litigio” tra Catania e Palermo, due città speculari e antitetiche a cui la vita della protagonista rimane tenacemente legata. Palermo è il luogo del trauma, la terra del passato mafioso, del sangue e dei ricordi dolorosi legati alla morte del padre; Catania è la terra dell’accoglienza, della rinascita e della “sabbia nera” dell’Etna, un rifugio in cui Vanina tenta di ricostruirsi una quotidianità, pur rimanendo inevitabilmente sospesa tra i due capoluoghi.
La vista del Monte Pellegrino le fece battere il cuore. Perché Vanina Guarrasi Palermo l’amava come non avrebbe mai amato nessun’altra città nella sua vita. Anche se se n’era scappata e faceva di tutto per non tornarci, anche se quello che aveva lasciato lí era un carico tanto pesante da sostenere da indurla a rinunciarci, anche se era sicura che non fosse piú il posto per lei, Palermo era la sua città.
In questo scenario, l’autrice inserisce anche un focus delicato sul rapporto tra madre e figlia, fatto di silenzi, incomprensioni e di quel cordone ombelicale impossibile da recidere che si scontra con il bisogno di Vanina di ridefinire i propri spazi. A questo si lega inevitabilmente il difficile e irrisolto rapporto con il patrigno: un uomo buono, che tenta sinceramente di starle vicino, ma che per Vanina non potrà mai reggere il confronto né sostituire la figura del padre, rimasto cristallizzato nella sua mente come un eroe mitico e insostituibile.
Lo stile
Dal punto di vista stilistico, il romanzo si distingue per una precisa e consapevole maturità letteraria. Sebbene Sabbia nera sia stato recentemente trasposto in una fortunata serie televisiva, la scrittura di Cassar Scalia mantiene una dignità e un’autonomia squisitamente letterarie. Siamo molto lontani dall’approccio di autori contemporanei come Joël Dicker, i cui romanzi sembrano, fin dalla prima pagina, sceneggiature già pronte per il grande o il piccolo schermo; quello di Cassar Scalia è, prima di tutto, un libro, in cui la parola scritta conserva un peso specifico insostituibile.
L’autrice sceglie di non replicare il dialetto strutturato e totalizzante di Andrea Camilleri, optando per un inserimento più misurato, naturale e fluido di espressioni tipiche e cadenze locali, che arricchiscono il testo senza mai appesantire la lettura o confondere il lettore non siciliano.
Infine, Sabbia nera rivendica con orgoglio le proprie radici nel giallo classico. La narrazione rifiuta gli effettacci gratuiti, le sparatorie spettacolari o gli inseguimenti mozzafiato da cinema d’azione. Al contrario, il ritmo è scandito da profondi monologhi interiori, dialoghi serrati e dalla pura logica deduttiva.
Vanina osservò il quadro d’insieme. Il primo esame della scena era il piú importante. Tra i dettagli che forniva ce n’erano sempre alcuni che lí per lí potevano sembrare insignificanti, ma che poi, nel rielaborarli o nel metterli in relazione con gli indizi che via via andava raccogliendo, si rivelavano fondamentali
In tale contesto, il narratore adotta una strategia brillantissima: non consente al lettore di essere sempre al corrente dei pensieri intimi della protagonista. Chi legge non ha un accesso illimitato alla mente di Vanina; deve invece accettare di mettersi al suo passo, aspettando che sia lei stessa, nel corso dei capitoli, a rivelare le proprie intuizioni e le proprie scoperte.
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