Zeus ed Hera: una coppia esemplare

5–8 minuti

Nelle puntate precedenti…

Abbiamo già visto che quanto a fedeltà coniugale Zeus non era esattamente un monumento di costanza, e che da assatanato rincorreva le colleghe dell’Olimpo, sordo alle strida della consorte. La povera Hera, però, benché dotata di una cintura magica capace di renderla irresistibile, sapeva di aver sposato uno che all’irresistibile preferiva il proibito. E il suo mal di fegato, per quanto coltivato con zelo professionale, non bastava a frenare il marito, afflitto da un maldamore più disinvolto e rovinoso del suo, che si risolveva in una fame instancabile di avventure: al punto che il suo libertinaggio, più che vizio occasionale, assomigliava a un programma politico.

Se chiudeva un occhio per un certo riguardo di casta finché si era trattato di colleghe, Hera evitava almeno di gonfiarlo al farfallone che si sbizzarriva pur sempre con sangue doc. Ma che dire quando l’ingordo, esaurito il tutto sommato striminzito repertorio dell’Olimpo, incominciò ad adocchiare vezzose damigelle dal DNA meno selezionato? Se già aveva mal incassato le scappatelle celesti, figuriamoci quando Zeus antepose ai suoi stanchi abbracci quelli di ragazzotte plebee, tanto più che l’offerta terrena era decisamente più diversificata, e l’insaziato pareva ben deciso ad esplorare ogni figurina di gradevole aspetto. Quello scivolone era davvero troppo per la regale consorte, che non ci dormiva di notte, cogitando su come frenarlo.

Contrario e complementare era invece il cruccio di Zeus, con quella moglie alle spalle costretto a ricorrere a un teatrino di travestimenti, trasformazioni, acrobazie e imbrogli di creatività compulsiva. Precauzioni, peraltro, quasi sempre inutili: ché la tradita passava il tempo a tallonarlo, e spesso riusciva a beccarlo. Anche se, quando accadeva, il farfallone se la cavava in calcio d’angolo, così che a fare le spese della sua bulimia sessuale erano quasi sempre le sue prede, su cui la collera di Hera calava più rapida dei suoi fulmini. A parziale giustificazione di quelle scappatelle va detto che ne derivò una nutrita schiera di figliastri che fecondò la mitologia; e pertanto vale la pena rievocare di quelle mascherate le vittime più note, gli strumenti di seduzione e le conseguenze non trascurabili della divina infedeltà, benché in un ordine di non rigorosa cronologia, peraltro inverificabile.

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A cominciare dalla splendida Io, con cui la cosa si presentava piuttosto delicata, trattandosi della sacerdotessa proprio di Hera. Per condurre ad effetto il fattaccio, con strategia accorta Zeus escogitò allora la formula della meteorologia applicata, e improvvisando un tramonto con finalità tutt’altro che astronomiche, stese una coltre di densa nebbia su tutta la regione. Ma siccome Hera non mangiò la foglia, Zeus trasformò Io in una splendida giovenca, apparsa per caso come accessorio pastorale. Hera, che scema non era, finse di credergli: ma per sottrarre la giovenca alle grinfie del dio, con sottile crudeltà la reclamò in dono, ponendola sotto la sorveglianza del più sicuro antifurto matrimoniale, ossia Argo dai cento occhi, che ne chiudeva solo cinquanta alla volta. E quando Zeus cercò di liberarla con l’aiuto di Ermes, che a suon di flauto e racconti soporiferi serrò tutti i lucernari del custode, la straincazzata Hera inviò un micidiale tafano a tormentare la disgraziata giovenca, che resa folle dalle punture fuggì oltre il mare che da lei fu detto Ionio, finché in Egitto diede alla luce Epafo, capostipite di diverse stirpi reali.

A una più subdola strategia ricorse allora Zeus per piegare Callisto, superba ninfa dei boschi e vincolata ad Artemide da un solenne voto di castità: clausola che Zeus tendeva a considerare più sfida che veto. E dopo il fallimento meteorologico optò per una contraffazione teologica di prima categoria, mentre Callisto riposava in un boschetto appartato. Sapendo dunque che la ninfa avrebbe infilzato con le frecce qualunque proditorio, uomo o dio, con rapidità decisionale prese le sembianze proprio di Artemide, peraltro sua figlia. E appena la devota Callisto abbracciò la sua dea, zac! la ingravidò seduta stante. Stretta tra vergogna, paura e imbarazzo per la castità artatamente violata, la ninfa cercò di nascondere la gravidanza. Ma quando mesi dopo Artemide ordinò alle ninfe di spogliarsi per un bagno collettivo, e il pancione fin là velato da spumoso drappeggio si esibì con esclamativa evidenza, ecco spuntare la furente Hera: che poco incline ai distinguo, punì nella vittima la colpa del marito; e applicando il protocollo olimpico in chiave matrimoniale, trasformò la gravida Callisto in un’orsa nera, condannata a ripararsi tra cacciatori e bestie feroci. La faccenda ebbe però un lieto fine quindici anni dopo: quando il feto Arcade, divenuto intanto un abile cacciatore, incontrò mamma orsa nei boschi, e non riconoscendola armò l’arco. Per fortuna Zeus, che teneva un registro aggiornato delle prodezze erotiche, con la puntualità tardiva che lo caratterizzava diede stabile sistemazione a madre e figlio, ponendoli in cielo come Orsa Maggiore e Minore. 

La raffinatezza truffaldina l’inesauribile Zeus la raggiunse invece con Alcmena, con un sublime furto di identità, richiesto invero dall’inossidabile concupita. Ché Alcmena, fedelissima ad Anfitrione, non era certo tipo da concedersi al primo rubacuori di transito, benché titolare dell’Olimpo. Ma Zeus, per il quale la virtù era ostacolo tecnico e incentivo, non era il primo della classe per niente: ed ecco che ti combina. Approfittando della partenza in guerra di Anfitrione, ne assunse l’identità con la precisione inquietante di un falsario sopraffino. A ciliegina sulla messinscena fece quindi travestire Ermes da Sosia, servo del padrone di casa, giacché in certe imposture anche il personale di servizio deve risultare credibile. E colse un sollazzo notturno gratificante quanti altri mai, visto che per prolungarlo ordinò al Sole di non sorgere, alla Luna di rallentare il corso, e a Ipnos di collaborare alla sospensione del calendario. Sicché per proroga cosmica concessa con evidente abuso d’ufficio, una notte durò tre giorni, e l’adulterio mascherato si risolse con piena soddisfazione, va detto, da ambo le parti. Tanto che, quando il vero Anfitrione ritornò, trovò Alcmena spossata da tre notti di battaglia, da cui sarebbe sgorgato Eracle, l’eroe per eccellenza. Che per un pelo rischiò però di non diventarlo, visto che la solita Hera, non potendo scaricare altro che lai sul fedifrago sgusciante, provò a rifarsi sull’esserino indifeso. E inviò allora due enormi serpenti nella culla del pargolo, ancora in fasce ma già così poco disposto a soccombere, che li strozzò a mani nude. 

Ma là dove lo sdegno di Hera doveva toccare lo zenit, fu quando Zeus, scantonando dai gusti consueti, mise gli occhi sul principe troiano Ganimede, di una bellezza così efebica da risultare pericolosa. E un giorno che l’androgino si trovava a pascolare le greggi sul monte Ida, decidendo che l’Olimpo aveva urgente bisogno di personale decorativo, sotto forma di aquila Zeus calò a ghermirlo con morbidi artigli per evitare di ferirlo, e se o portò a casa. Ma concedendogli oltre l’eterna giovinezza anche il prestigioso incarico di coppiere degli dèi, superò davvero ogni limite di sfrontatezza agli occhi di Hera. Non che quella concessione omofila la disturbasse più di tanto, anche se si trattava pur sempre di infedeltà. Ma stavolta Zeus aveva raddoppiato il torto affidando a quel ganzo il ruolo di coppiere celeste, fin là affidato a sua figlia Ebe, licenziata su due piedi per far posto a uno stagista assunto non per concorso pubblico, ma per rapimento di aquila aziendale. E Zeus, per salvare il giovane e celebrare dignitosamente il sequestro verticale, rese allora Ganimede costellazione dell’Acquario. Ma non poté impedire che Hera, strafrustrata, estendesse l’ostilità su tutta la stirpe del bonazzo, fino a schierarsi nella guerra di Troia decisamente dalla parte dei greci. A smentire che i sentimenti non intralciano la grande storia! 

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