Il ritratto di Dorian Gray

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Lo studio era pieno dell’intenso odore delle rose e, quando il dolce vento d’estate serpeggiava fra gli alberi del giardino, per la porta aperta entrava la pesante fragranza dei lillà o il profumo più sottile dei rovi in fiore.
Dall’angolo del divano ricoperto di tappeti persiani, sul quale giaceva, fumando, com’era sua abitudine, innumerevoli sigarette, Lord Henry Wotton poteva appena afferrare il barlume giallo miele dei dolci fiori di un citiso, i cui tremuli rami pareva che non ce la facessero a sopportare il peso di una bellezza così fiammeggiante; e, a tratti, fantastiche ombre di uccelli svolazzavano attraverso le lunge tende di seta tussorina tirate davanti all’immensa finestra, producendo una specie di momentaneo effetto giapponese e facendogli pensare a quei pallidi pittori di Tokyo dal viso di giada, i quali, mediante un’arte che è per necessità immobile, cercano di suggerire il senso della rapidità e del movimento.

Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray

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Wilde, Il ritratto di Dorian Gray

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