L’umiliante inaccessibilità di Einaudi

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Unknown photographer, Public domain, via Wikimedia Commons

Ho conosciuto Giulio Einaudi nell’autunno ’88. Ero nel corridoio di via Biancamano con Ernesto Ferrero, allora direttore editoriale, e dal fondo lo vedevo avvicinarsi con la sua camminata lenta e diritta. Quando ci fu accanto, Ferrero gli disse il mio nome. Gli strinsi la mano che agli sconosciuti porgeva con malcelata ritrosia. Einaudi mi guardò con i suoi occhi glaciali e sorridendo tra il curioso e il beffardo chiese a Ferrero: «E chi è?». Gli fu detto che da lì a qualche mese sarei arrivato come editor. Einaudi non nascose una smorfia di perplessità, e questa volta guardando Ferrero chiese a me con chi avevo studiato.
Risposi facendo il nome di Cesare Segre.
Sembrò un po’ rassicurato, ma non abbastanza: «Mah, speriamo bene…» Di fronte a tanta umiliante inaccessibilità, avrei voluto sprofondare, sparire nel nulla.

Paolo Di Stefano, Giulio Einaudi: Tutti i nostri mercoledì

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