A quasi un anno dall’uscita di Appunti di un colloquio interrotto (Nep Edizioni), io (Federica Breimaier) e Maresa Schembri abbiamo approfittato della disponibilità di Gerardo Passannante per farci raccontare la storia di questo romanzo così particolare, rimasto nel cassetto per trent’anni prima di incontrare i lettori.
In questa prima parte di una conversazione in tre tappe, abbiamo chiesto a Gerardo come nasce un’opera simile e come l’esperienza vissuta riesca a staccarsi dal dato biografico per farsi narrazione.

Nep Edizioni, 2025.
Gerardo, benvenuto! E grazie per aver accettato di fare una chiacchierata con noi attorno al tuo romanzo Appunti di un colloquio interrotto.
Grazie a voi per l’invito!
Se guardiamo ai romanzi per cui sei più conosciuto, ovvero quelli del ciclo storico de Il declino degli dèi, Appunti di un colloquio interrotto è un romanzo diverso, unico nel suo genere. Da dove nasce la necessità di quest’opera?
Allora, chi prende in mano questo libro deve sapere che, per quanto uscito nel 2025, la sua scrittura è avvenuta negli anni tra l’89 e il ’93, con varie revisioni. Quindi sono 30 anni che tengo nel cassetto questo testo, che precede di fatto il ciclo storico di molti decenni. Tra questi due poli ci sono state altre uscite, come ad esempio Atto gratuito.
E all’epoca qual è stata la miccia da cui è partita la scrittura? Insomma, da dove è venuta l’ispirazione per quella che poi, di fatto, è una storia d’amore?
Mah, direi che a portarmi alla scrittura di questo libro è stata la convergenza di due eventi. Da un lato, un’esperienza personale, più o meno diretta, che ho raccontato nel romanzo in modo mediato. Dall’altro lato, c’è la riflessione che da lì è scaturita su alcune problematiche che mi appartenevano già, ma che in quel momento della mia vita hanno trovato il momento giusto per essere espresse, approfondite, rielaborate. Insomma, in quel momento mi è stata servita la possibilità di scrivere un romanzo su un piatto d’argento, proprio perché mi ha permesso di coniugare materia letteraria – cioè invenzione – e materia biografica.
Come si intrecciano arte e vita in questo romanzo?
Quella che racconto è una storia piuttosto forte per intensità di sentimenti, e forse lo sbocco più naturale avrebbe potuto essere quella diaristica o magari epistolare. Dopotutto, è ciò che accade a chi si ritrova a vivere un’ esperienza coinvolgente, si sente emotivamente carico e proprio per allentare in qualche modo la pressione scrive qualcosa a caldo come un diario.
Non è questo il caso, ed è perché a me interessava costruire un’opera letteraria che andasse al di là del semplice sfogo personale. Il passaggio si fa proprio lì, dall’autobiografia, dall’esperienza reale o mediata che c’è stata, al piano estetico. Volevo far sì che quella storia, pur essendo personale, potesse servire ad un lettore che quella storia non ha vissuto. Per fare questo occorre la mediazione della scrittura e di una certa scrittura, cioè sollevare il referto dall’esperienza sul piano artistico.
Nel monologo che attraversa il testo, il narratore non racconta solo gli eventi, ma anche sentimenti, paure e ragioni del sé protagonista e dell’amata. Possiamo dire che ciò che conta sono i pensieri del narratore: come ha vissuto gli eventi, come ha percepito l’amata, più che sapere cosa lei abbia davvero pensato o il perché delle sue scelte? Tiziana, alla fine, non è una vera protagonista, neanche un personaggio: esiste soprattutto per dire qualcosa di ciò che pensa il narratore, ma non è narrativamente autonoma, giusto?
Certo, possiamo dirlo, ma questo è un po’, reso all’estremo, il rapporto che si stabilisce sempre tra autore e personaggi, al di là del fatto che provengano meno della vita reale. Nel momento in cui ci si mette a scrivere, si rielabora una situazione, si immaginano i pensieri di chi è altro da noi ed è così che si costruiscono di fatto i personaggi. Tiziana è quindi una proiezione, vista attraverso gli occhi di chi narra, ma vale anche per il protagonista, che sebbene dica io non corrisponde né al me scrittore, né a chi narra la vicenda. Senza entrare troppo nel dettaglio, sappiamo che alla fine del romanzo c’è un ribaltamento di ruoli, o meglio un gioco di specchi tra chi ha scritto e non ha scritto il romanzo. E a renderlo possibile è proprio l’uso della prima persona, per cui è inevitabile che tutto venga filtrato dall’io narrante. Quando c’è una narrazione in terza persona, dove c’è un narratore onnisciente, il lettore ha l’illusione che quella voce sia più affidabile perché sembra vedere i sentimenti e le ragioni dei personaggi dall’alto e così dà una patina di oggettività che però anche lì è puramente apparente.
La vicenda esterna, dicevi, è stata dunque più una scintilla che un pretesto, dato che queste tematiche ti erano care. Quanto conta allora la specificità di quell’esperienza reale?
Se un’esperienza può ispirare una storia d’amore, è indifferente se sia stata una persona reale o un’altra a far scattare la scintilla. Se invece di quella persona reale l’incontro fosse avvenuto con un’altra, probabilmente, la vicenda narrata sarebbe andata, non dico esattamente allo stesso modo, ma simile. Poiché quello che cercavo di descrivere e approfondire era un’idea già introdotta in Atto gratuito, il risultato artistico sarebbe stato simile, proprio perché sono le tematiche a contare, più delle circostanze che poi hanno contribuito a farle riaffiorare.
La memoria è il contraltare della vita che scorre.
Gerardo Passannante
Qual è stato il ruolo della memoria in questa narrazione, considerando che attraverso di essa si svolge la descrizione del fatto?
Diciamo che, accanto all’amore, la memoria è una di quelle tematiche che attendevano l’occasione giusta per riemergere in un mio scritto. Dopotutto, la memoria è una costante dell’esperienza umana del mondo. Anche adesso che stiamo registrando questa nostra conversazione, ciò che resta è un atto di memoria, come le foto, come un film. Noi viviamo la vita attimo per attimo e ogni attimo, man mano che scade, diventa esperienza, passato, ricordo.
In un romanzo che il narratore descrive come scritto a posteriori – e il lettore sa fin dalla prima pagina che si tratta di una storia d’amore chiusa –, ogni riga se vogliamo è la narrazione di un atto di memoria. Quindi sì, è un tema portante del libro, che saremmo senza memoria, del resto? La memoria è il contraltare della vita che scorre, ma anche della nostra proiezione verso il futuro. Possediamo un passato, immaginiamo un futuro, ma entrambi non esistono nell’immediatezza del momento. La memoria fa da ponte: dal passato al presente, per immaginare il futuro.
E nel romanzo la memoria da che cosa è rappresentata?
Dalla stratificazione dell’atto di narrare, sia in termini di medium attraverso cui la storia viene fissata, sia in termini di tempo, sia in termini di voce narrante. Il racconto di questa vicenda non viene letto subito, ma il protagonista lo registra su cassette che, vent’anni dopo, saranno aperte dalla stessa Tiziana. È un prodigio della memoria, no? Schiacciando il tasto di un registratore, lei riesce ad ascoltare nel suo presente, quello che è successo, e poi magari sarà lei a scriverla, chissà… Come che sia, il ruolo della memoria, in questo senso, è la riattualizzazione del passato; un po’ come diceva Bufalino, riprendendo Cartesio: Memini ergo sum.
In Appunti di un colloquio interrotto c’è proprio un gioco di livelli narrativi che stratifica la storia e rende la narrazione molto dinamica. Ci vuoi aiutare a sciogliere un po’ l’intreccio?
Parlando di struttura, il libro si compone di 7 capitoli, ciascuno diviso in 6 sezioni. La storia si svolge nell’89 e dura circa 3 mesi. Alla fine di questo periodo, il protagonista inizia a scrivere un romanzo che completa in pochi mesi, probabilmente tra giugno e settembre. Poi, però, decide di distruggere il manoscritto, non prima di averlo lasciato registrato su cassette sigillate, che saranno poi aperte due decenni dopo proprio da Tiziana.
E poi, alla fine, c’è un capitolo zero, in cui il narratore sembra appunto capovolgere tutto, no?
Sì, si tratta di un gioco letterario e, ovviamente, ognuno può sbizzarrirsi a interpretare come gli sembra più plausibile, perché, dopotutto, una conclusione c’è e non c’è. È un capitolo zero che riporta il lettore all’inizio e ribalta completamente il ruolo dei personaggi, ma su questo non vorrei dire di più perché vorrei che il lettore ci arrivasse da solo.
Nel libro ritorna spesso questo concetto dell’estetica dell’attimo, ma cosa significa per te e perché è così importante per la tua opera?
L’idea di base dietro il concetto dell’estetica dell’attimo è che l’attimo eternizza. È nell’attimo che si può raggiungere la compiutezza dell’essere e dell’esistenza. E questo vale certamente per i protagonisti che per un momento sono stati compiuti, per poche ore, due giornate, hanno potuto invertire i ruoli, fondersi interamente.
Questa prima parte della nostra chiacchierata con Gerardo ci ha permesso di sbirciare dietro le quinte della creazione letteraria, scoprendo come un’idea possa attendere decenni prima di trovare la sua forma definitiva.
Ma il viaggio dentro Appunti di un colloquio interrotto è appena iniziato: nella prossima parte entreremo ancora più nel vivo del romanzo, esplorando il potere del linguaggio e la struttura dei personaggi.
Appuntamento a venerdì prossimo per la seconda parte dell’intervista!
Intanto, se volete iniziare a leggere il libro, lo trovate qui: Acquista su Nep Edizioni
Intervista a cura di Federica Breimaier e Maresa Schembri
