Siamo arrivati alla conclusione del nostro dialogo con Gerardo Passannante sul suo romanzo Appunti di un colloquio interrotto. In questa terza e ultima parte, affrontiamo il tema della verità narrativa, del rimescolamento dei ruoli tra i personaggi e di quel misterioso “Capitolo Zero” che ribalta ogni certezza del lettore.
Se vi siete persi le tappe precedenti, ritrovate qui la Parte I e la Parte II dell’intervista

Nep Edizioni, 2025.
Torniamo al testo, in particolare al narratore e al suo lessico usato in relazione a Tiziana. Nelle descrizioni di Tiziana permane un lessico che non vorrei definire accondiscendente, ma quasi, per certi versi, rancoroso. Quindi mi metto nella prospettiva del narratore che sta registrando. Perché era necessario un lessico così infantilizzante? Ad esempio apostrofarla come “bambinetta”, “sciocchina”, “superficiale”o tutto il discorso anche della bua o ancora tutta la questione sul fatto che Tiziana molto spesso viene accusata di non essere genuina, che il suo non è un vero innamoramento, che in realtà vuole solo rubare un sapere che da borghesuccia non può veramente capire, che gli serve per apparire. Perché per te era importante sottolineare questo rancore, che il narratore comunque si porta dietro, registrando questi nastri, e come questo poi si leghi eventualmente al capitolo zero?
Allora ci sono due componenti parallele: questa aggettivazione quasi denigrante (fanciulla, bambina, la bua, la donzella) che tende a sottolinearne l’età giovanile, un po’ scioccherella, e, contemporaneamente, momenti in cui le inveisce contro con frasi anche fortine. Questa è una reazione psicologica, una sorta di vendetta implicita quando lei gioca a corteggiare un altro. È come se il mio narratore le dicesse: “Io ero grande, grosso, geniale, tu eri una bambinetta che non capiva niente, come ci potevi arrivare?” E questo fa parte dell’evoluzione e della fisiologia amorosa: quando sei deluso, gliene spari di tutti i colori. Questa è la motivazione psicologica.
Certo, ma a un certo punto anche il narratore stesso rivolge contro di sé una serie di improperi, quasi, no?
Sì, questa aggettivazione, non proprio canonica, elaborata, ricercata, costituisce una componente importante, ossia quella patina di autoironia e di ironia costante che attraversa il libro. Si tratta, in effetti, del mascheramento di un’emozione: per non mostrarsi commosso e non dire che piangeva, aveva questa emozione. Sono elementi di pudore psicologico e, laddove sa di esagerare, fa ammenda dopo.
Dimmi se mi sbaglio: nel momento in cui mi immedesimo nell’uomo abbandonato che registra questi nastri, mi chiedo: nel romanzo, questo rancore — considerato che il romanzo è precedente ai nastri — come si sarebbe risolto? E ancora: l’aggressività che emerge nei suoi confronti potrebbe essere una ragione per cui decide di bruciare quel manoscritto? E poi possiamo dire che, sebbene destinati a essere bruciati, nei nastri il narratore tiene comunque conto di un lector in fabula?
Sì, ci tiene ad avere il lettore dalla sua parte, perché alla fine il lettore stesso non sa com’era davvero Tiziana; eppure la rappresentazione che ne emerge è così pervasiva che finisce per imporsi come vera ai suoi occhi. In realtà, però, non abbiamo modo di sapere se Tiziana sia davvero così. Certo, questa immagine attraversa il testo, ma proprio qui entra in gioco un terzo elemento: il romanzo, anche quando vi è aggressione verbale, non si riduce mai a un semplice sfogo immediato, bensì è il risultato di una costruzione letteraria. Un romanzo deve avere queste componenti di vuoti e pieni, per essere credibile, deve far percepire la storia come vera, ma al tempo stesso la deve sollevare su un piano di verità estetica, e non solo psicologica, che giustifichi anche quei momenti. Certo, questo lo dice l’autore, ma non lo dice il personaggio che registra, no?
Ma il personaggio che registra e l’autore, li vedi così diversi, al di là della loro pur vera distanza temporale?
Detto brutalmente: l’autore che scrive questo libro — e si dice alla fine che l’autrice implicita potrebbe essere Tiziana— è una persona reale che ha lasciato passare del tempo; mentre il narratore che registra i nastri è una figura fittizia, costruita dall’autore e ancora attraversata dal rancore provocatogli dalla vicenda. Al contrario, chi scrive il libro, quel rancore, non lo ha più. Teoricamente, quelle parti avrebbe potuto eliminarle, ma non l’ha fatto. Però scegliere la modalità dei nastri aggiunge una profondità temporale e psicologica in più.
La loro storia resta possibile soltanto nella sfera potenziale della riscrittura del romanzo. Si ritrovano nel libro e si riuniscono in quell’estetica dell’attimo, che appartiene al regno del possibile e non al reale.
Gerardo Passannante
Però la registrazione aggiunge anche una componente secondo me più simultanea, più immediata?
Quella non la sentiamo. Noi non conosciamo il primo romanzo che lui decide di bruciare. Tuttavia, ritengo che questo livore sia per certi versi il conduttore di tutta la narrazione, nelle sue diverse fasi. Alla fine, sì, è vero che la storia d’amore non si concretizza, però proprio grazie a ciò è stato possibile scrivere il romanzo.
Mi chiedo cosa sarebbe successo se questa storia fosse andata in porto.
Il capitolo finale, in qualche modo, offre una doppia soluzione. Ossia, la relazione non ha funzionato e questa è una storia che, con tutte le sue dinamiche, alti e bassi, ingiurie, ricongiungimenti, sogni, problemi, gelosie, incarna la fisiologia amorosa. Per 42 capitoli è così. Poteva finire tutto lì. Di fatto, l’ultimo capitolo che cosa ci dice? La storia è andata in porto in una dimensione non reale, ma narrativa. D’altronde, il libro com’è iniziato? Con lei che compare una sera, vent’anni dopo. E quando lui le domanda il motivo della sua aria afflitta e insoddisfatta, lei ne attribuisce la causa al suo matrimonio complesso con il marito. D’altronde, se le cose fossero andate diversamente, probabilmente il romanzo non avrebbe avuto ragion d’essere. Dunque, la loro storia resta possibile soltanto nella sfera potenziale della riscrittura del libro, cioè in una storia successiva, quella del romanzo. Quindi, in realtà, è possibile che sarebbe finito tutto se avessero portato avanti la relazione. Anche l’incanto nasce da questo: ciò che non è stato, o ciò che avrebbe potuto essere, non è meno reale di ciò che è stato. È una dimensione diversa. Alla fine, dopo aver aperto i nastri, i due si ritrovano nel libro e si riuniscono in quell’estetica dell’attimo, che appartiene al regno del possibile e non a quello del reale. Ciò che resta è l’idealizzazione di quella persona, di quel ricordo. Del resto, è una menzogna che costituisce l’opera d’arte in sé e su cui si fonda una delle poetiche del libro. In tutte le letterature l’esperienza dell’innamoramento è sempre quella che porta all’incontro e al ritrovamento reciproco; poi, dopo il matrimonio, avviene quella spoetizzazione a causa della quale la vicenda risulta meno interessante e stimolante rispetto all’inizio.
Stiamo esagerando per carità, però diciamo che realisticamente gran parte delle relazioni durature perdono qualcosa, si normalizzano e appunto il normalizzarsi presuppone già a priori la disillusione, cade quell’immagine che tu ti sei fatta di quella persona, inevitabilmente, perché conoscendola l’innamoramento si trasforma, in alcuni casi, in un amore fatto di altro.
Giusto! Di fatto, i matrimoni che sono presenti nel libro sono descritti come problematici; il che ci fa presagire che anche quello di Tiziana con Enrico non avrà lieto fine. Poi non si deve dimenticare che entra in gioco, naturalmente, la persona, l’autore reale, con i suoi pensieri, che trascendono la costruzione letteraria. La sovrapposizione di autore e narratore non sempre è chiara: abbiamo delle cose in comune, sicuramente, ma questo, del resto, vale anche per tutti i personaggi, dato che l’autore è sempre presente in una qualche misura in ognuno di essi. È una grande fortuna per chi sa maneggiare la penna.
Con queste riflessioni si chiude il nostro viaggio dietro le quinte di “Appunti di un colloquio interrotto“. Ringraziamo Gerardo Passannante per averci guidato tra i meandri della sua scrittura e per aver condiviso con noi la genesi di un’opera così stratificata. Speriamo che questa conversazione in tre tappe vi abbia offerto nuove chiavi di lettura per immergervi nel romanzo o per riscoprirlo sotto una luce diversa.
Intanto, se volete iniziare a leggere il libro, lo trovate qui: Acquista su Nep Edizioni
Intervista a cura di Federica Breimaier e Maresa Schembri
