Orfeo ed Euridice: fragilità umana e eternità della poesia

5–7 minuti

Nelle puntate precedenti…

La vicenda di Orfeo ed Euridice rientra a pieno titolo nella rubrica di Maldamore, non tanto per la nuda esperienza della perdita della persona amata, quanto per il tentativo insieme sublime e folle di sottrarla alla morte. È in Tracia, in un intreccio di folklore e religione, che nasce il mito di questo poeta e musico ispirato, capace con la sua lira di soggiogare la natura e di commuovere perfino gli inferi. Si capisce che a un campione di tale forza si richiamasse l’Orfismo, la corrente misterica che aspirava alla liberazione dell’anima dal corpo e annunciava come temi universali l’aspirazione a vincere la morte, la sottomissione al destino, ma anche la dignità della trasfigurazione artistica. Che trovò poi una delle sue espressioni più alte nelle Metamorfosi di Ovidio e nelle Georgiche di Virgilio, poi riprese da Poliziano; mentre in tempi più vicini a noi Monteverdi e Gluck ne tradussero in suoni la potenza incantatrice. Una rilettura originale e intrigante è poi quella che ne dà Bufalino in un racconto de L’uomo invaso.

Leggendaria era dunque questa figura di cantore, figlio di Apollo e Calliope, la cui musica era capace di toccare le corde più profonde non solo del cuore ma dell’intero creato: al punto che anche le bestie si acquietavano ai suoi piedi, gli alberi si inclinavano al suo passaggio, e i ruscelli arrestavano il loro corso per udirlo. Ritornato poi colmo di gloria dalla spedizione con gli Argonauti, quando con la lira aveva placato il furore dei flutti e zittito il canto delle sirene, si era innamorato della ninfa Euridice. E sordo ai tristi presagi della cerimonia nuziale, per le fiamme che stentavano ad accendersi e la luce oscurata da una spessa coltre di fumo, Orfeo l’aveva fortemente voluta in moglie. Purtroppo l’unione era stata di breve durata, e la sventura annunciata era davvero calata quando la sposa, correndo tra l’erba per sfuggire alle molestie del pastore Aristeo, era stata mortalmente morsa da una vipera. Lasciando l’inconsolabile marito a cantare giorno e notte la sua disperazione: finché, non avendo nessun dio dato ascolto alla supplica di restituirgli l’amata, aveva meditato l’audacia di andarsela a riprendere personalmente nel regno dei morti con l’arma più possente di cui disponeva. 

clicca sull’immagine per acquistare il romanzo

Armato della sola lira, Orfeo si dirige allora verso le gole del Tenaro, nel Peloponneso, dove si apre l’ingresso al regno di Plutone, per una strabiliante tournée oltremondana. Al suo passaggio le ombre dei morti si avvicinano come foglie secche spinte dal vento; i mostri infernali sognano sulle sue note; Cerbero gli si accuccia ai piedi come un cane domestico; le Furie sentono i serpenti rizzarsi in testa; le Danaidi interrompono l’inutile pena di riempire botti forate; Tantalo per un po’ non avverte i morsi della fame e della sete; e Sisifo fa una sosta sul masso fermo. Tutto il regno delle tenebre conosce insomma un momento di eccezionale sospensione dai tormenti, mentre Orfeo si spinge fino al trono di Plutone e Proserpina, dove sfoggia il meglio del suo repertorio, piegando i cuori inflessibili dei due implacabili custodi infernali. Che travolti da un’emozione inconsueta gli accordano il privilegio mai visto di ricondurre in vita Euridice. A una condizione, però, non impossibile da rispettare, ma in compenso severa: che Euridice seguirà il suo sposo verso l’uscita, ma lui, per una ragione non esplicitata (forse una cinica scommessa sulla fragilità umana…) non dovrà mai voltarsi a controllare che lei segua, finché non saranno giunti all’aperto. 

Attraverso un sentiero roccioso avvolto da una nebbia opaca, i due prendono a inerpicarsi in fila indiana verso la luce, nel silenzio stupito degli inferi. Orfeo, più gagliardo, precede Euridice, il cui passo è ancora rallentato dalla ferita. Ma sono fiduciosi di farcela. Ormai sono a pochi passi dal varco e il chiarore già s’annuncia, quando l’impaziente poeta, per leggerezza o per dubbio, commette l’imprudenza di dare una sbirciatina all’indietro, tanto nessuno se ne accorgerà. Ma ha fatto male i conti con le cimici e le microspie dell’oltretomba, che rilevano tutto. Ed ecco che nel compiere questa minuscola marachella ha giusto il tempo di scorgere l’ombra della sposa che gli fa ciao ciao con la manina, prima di dissolversi nel fumo più denso. Sicché nell’estremo tentativo di afferrarla, l’incauto stringe ormai solo aria impalpabile. Scaduto ormai anche il lasciapassare precedente, trova solo gli inflessibili sigilli infernali; il nocchiero Caronte rifiuta di traghettarlo sull’Acheronte; e al disgraziato Orfeo, per cui nemmeno la lira può rinnovare il miracolo, non resta che tornare da solo tra i vivi, strappandosi i capelli per la sua bestialità. 

Ma la storia non finisce qui. Nelle solitudini delle montagne di Tracia, il vedovo non sa rassegnarsi alla perdita della sposa, che continua a rimpiangere giorno e notte. E ancora le bestie sembrano partecipare al suo dolore seguendolo nell’erranza disperata, e qualche donzella gli offre amore vicario. Ma è magra consolazione: ché la piaga insanabile lo rende refrattario ad ogni altra offerta, fermo in un intrepido patto di fedeltà. Finché le Baccanti, offese da quel rifiuto ostinato, si scagliano su di lui durante le cerimonie dionisiache, e coperte di pelli ferine lo fanno a pezzi, per poi disperderne i resti per la campagna: tranne la testa, che gettata nell’Ebro continua ancora a invocare Euridice nella corrente che la trascina verso l’Ade, dove finalmente potrà ricongiungersi all’amata.

Insieme alla tenacia di un sentimento capace di sfidare la morte, il mito di Orfeo ed Euridice da un lato ribadisce l’impossibilità per l’uomo di sfuggire al suo destino mortale, e la beffa di agguantare la felicità quando sembra a portata di mano; ma dall’altro esalta la forza eternatrice dell’arte. La lira che sfida l’oltretomba celebra la dignità umana persino tra le ferree regioni della morte, poiché l’unico modo per salvare quanto si è perso, e riscattare dolore e privazione, sta nel rendere le esperienze universali. Se la perdita di Euridice segna la fine di un rapporto terreno e il crollo della speranza, l’unione può durare eternamente nella memoria. E se la morte segna il limite invalicabile per le cellule, l’opera d’arte è in grado di sottrarre gli affetti all’oblio, deponendoli in una sorta di luminosa permanenza, per cui Orfeo ed Euridice continuano a vivere col sortilegio della poesia, dove il loro patto non muore. Che poi, si parva licet, è anche il tema sotterraneo di Appunti di un colloquio interrotto.

Lascia un commento