
Anche se quella volta, lo ricordo adesso che sto appoggiato a fatica sul gomito come se volessi intraprendere immediatamente il volo beatifico, il dolore si limitò agli occhi, per cui era facile porvi rimedio, chiudendoli la faccenda era sistemata, cosa che avrei potuto e dovuto fare, ma che non feci, perché l’espressione di Farewell, l’immobilità di Farewell, rotta allora soltanto da un piccolo movimento oculare, acquisto per me dei tratti di terrore infinito o di terrore proiettato verso l’infinito, perché è questo d’altra parte il destino del terrore, aumentare e aumentare e non fermarsi mai, da lì la nostra sofferenza, da lì il nostro sconforto, da lì alcune interpretazioni dell’opera di Dante, quel terrore esile come un vermiciattolo e inerme e tuttavia capace di salire è salire ed espandersi come un’equazione di Einstein, e l’espressione di Farewell, come dicevo, stava assumendo quei tratti, anche se chi passava vicino al nostro tavolo e lo guardava vedeva semplicemente un signore molto rispettabile in un atteggiamento un po’ introspettivo.
Roberto Bolaño, Notturno cileno

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